56.263 passi.
É la distanza tra questa linea sotto i piedi sul Verrazzano Bridge e il traguardo di Central Park. Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri.
La Maratona.
È questa, tutto sommato, la cosa più semplice da fare. Si tratta solo di correre.
La parte difficile è stata arrivare su questa linea di partenza.
Due anni di allenamenti sotto il sole e sotto la pioggia, di notte, all’alba o in pieno pomeriggio. Ogni volta che avevo un po’ di tempo. Perché la corsa è questo che ti fa.
All’inizio ti tiene distante, ti stanca, si nega; poi ti prende e non riesci a farne a meno.
In questi anni ho imparato a conoscermi sempre meglio, so cosa potermi aspettare e ho allenato la pazienza più dei muscoli. Ho imparato a conoscere ogni metro del mio quartiere e poi di quelli vicino, ogni salita e ogni discesa, ogni singolo fosso, avvallamento, falsopiano e ogni incrocio. So gli orari di apertura di ogni bar nel raggio di due o tre chilometri e pure gli orari delle messe mattutine.
Sono uscito a correre con il freddo di gennaio e sotto il sole di agosto.
Sono tornato a casa sudato come se avessi appena finito la doccia e così stanco da starmene a fissare la porta di casa senza avere le forza di aprirla. Ho raggiunto i miei limiti e li ho superati per scoprirne di nuovi e superarli ancora e vedere che ce n’erano altri e altri di ogni tipo.
Non è solo sport ma è approfondimento.
È un viaggio. Ti sposti sulle tue gambe e ti affidi alle tue forze. È solo marginalmente un fatto atletico, è soprattutto un modo diverso di guardare dentro sé stessi e il mondo che ci gira intorno.
A questo penso mentre aspetto davanti alla linea. Aspetto l’inizio di un nuovo viaggio.
Il primo distretto
Staten Island è il distretto meno popolato, conosciuto per le spiagge e, appunto, per il gigantesco ponte su cui mi trovo, il Verrazzano Bridge che raggiunge Brooklyn. Ma sembra di essere in un’altra città: case piccole e spesso malmesse, pali della luce di legno e fasci di fili elettrici come nelle nostre campagne circa 40 anni fa, strade strette. L’impressione che prevale è la trascuratezza, eppure siamo a 15 minuti di traghetto da Wall Street. Il punto di ritrovo per la partenza della maratona di New York è Fort Wadsworth, sulla punta settentrionale. È un forte storico, costruito nel Seicento per la difesa della città e poi adibito a centro di reclutamento e addestramento militare durante le due guerre mondiali. Nei giorni della maratona, quelli che precedono la prima domenica di novembre, vengono allestiti tre villaggi (blu, verde e arancione) che ospitano gli atleti prima delle varie partenze, una ogni 40 minuti circa. Quest’anno siamo in 55.000, proprio tanti, e ognuno cerca di trovare un po’ di spazio per concentrarsi, per riscaldarsi e magari mangiucchiare qualcosa. Poi, quando l’altoparlante chiama per l’ingresso nelle griglie di partenza, con una lenta processione, quasi in fila indiana, ci si avvia sul ponte.
Intorno a me vedo centinaia di persone, anzi migliaia, di ogni nazionalità che parlottano a bassa voce, molti stanno in silenzio, a testa bassa, chiusi nel proprio mondo interiore. Siamo tutti tesi, pronti e non vediamo l’ora di partire.
È la mia prima maratona e sono felice di essere qui. Cerco di andare il più avanti possibile per avvicinarmi alla linea di partenza. Ci fermiamo e il gruppo si compatta. Sulla mia destra vedo il palco con il DJ, gente varia e un plotone di marines. Parte l’inno nazionale americano e, appena finisce, il colpo di cannone ci libera dalle catene dell’attesa.
Si va.
Da ora in poi ognuno è finalmente libero di seguire il proprio tempo, il proprio passo e i propri pensieri.
Il Verrazzano Bridge è la salita più dura dell’intero percorso e sta proprio all’inizio. Si parte in salita.
Meglio così. So benissimo che comunque i primi tre chilometri sono sempre duri, che sia salita o in piano, e l’unico modo per non soffrire è non pensarci. La vista è superba, si vede tutta New York, e mi mancano le parole per descrivere la bellezza di quello che vedo. Essere qui è un privilegio. Anche correre su questo ponte lo è. Questa strada è percorribile solo in auto, non esiste un passaggio pedonale. Gli unici che possono percorrerlo a piedi sono, appunto, i partecipanti alla maratona di New York.
Dopo 5 minuti, sento un botto fortissimo, mi giro e vedo un uomo a terra e gente che urla intorno. Rallento, non so cosa fare, ma per fortuna vedo che stanno arrivando dalla corsia di sinistra due poliziotti e dopo nemmeno un minuto un’ambulanza; mi tranquillizzo e vado avanti (all’arrivo scoprirò che l’uomo era di nazionalità polacca e che pare sia stato subito dimesso dall’ospedale).
Inizia la discesa e cerco di non farmi portare troppo dall’entusiasmo. Alla fine del ponte i primi spettatori e i primi tifosi.
Brooklyn
“Ernesto, you got it!” sorrido allo spettatore che sinceramente non mi sembra proprio lucidissimo e vedo davanti un muro di persone in cui il serpentone di runner fa breccia.
Inizia il delirio.
Sui marciapiedi urlano, ballano, chiedono e danno il 5 a tutti, ti offrono fazzoletti per il sudore, caramelle, suonano qualsiasi cosa, c’è pure uno con una cornamusa e il gonnellino, e ti chiamano per nome. Soprattutto ti incitano: se appena pensi di fermarti, il solo pensiero del casino che farebbero ti fa stringere i denti e andare avanti.
Siamo a Brooklyn, il distretto più popoloso di New York, e per di più siamo a Bay Ridge che è il quartiere di Tony Manero e di Saturday Night Fever, John Travolta e Olivia Newton-John. Qui si mescolano tutte le lingue del mondo, le religioni e i ristoranti.
Lungo la 4th Avenue a sinistra c’è Gowanus con i suoi magazzini, le case di edilizia popolare, aspetto “industrial”, a destra Park Slope con le sue brownstone, considerato forse il miglior quartiere di New York. Basta girare la testa da una parte o dall’altra per contemplare l’America di oggi nel suo splendore e nelle sue brutture.
Vedo in lontananza il grattacielo con i quattro orologi, la Williamsburg Savings Bank Tower, presente in tutti i film ambientati a New York quando serve una banca da rapinare, e non vedo l’ora di raggiungerlo. Lì finisce questa lunghissima Fourth Avenue. Avverto un po’ di fatica e sento i quadricipiti duri, la strada è un continuo saliscendi, e decido di rallentare per precauzione.
Intorno al quindicesimo chilometro entro nel quartiere ebraico e mi rendo conto che non urla più nessuno. Il silenzio è irreale, quasi solido. È South Williamsburg, centro della comunità ebraica ortodossa, che guarda alla maratona con un po’ di fastidio. Loro vanno avanti con le loro faccende, noi andiamo avanti con la corsa. Dopo un paio di chilometri ricomincia il caos, se possibile anche più forte di prima.
Molti italiani mi riconoscono come connazionale, il nome sulla maglia e un piccolo tricolore aiutano, e urlano forte ma anche gli altri non sono da meno. Si divertono proprio. A sinistra vedo uno che si è portato la griglia e distribuisce hamburgers, a destra, poco più avanti, vedo un tavolino sulla strada, proprio sul percorso, dove qualcuno ha messo 3 o 4 bicchieri di mojito ed un cartello: ONLY FOR RUNNERS.
È un meraviglioso manicomio.
Forse la differenza con le gare in altre città è proprio questa: lo spettacolo lo fa chi corre e chi guarda. È una festa per tutti. E che festa!
Mentre loro suonano e ballano, la strada fa qualche svolta, si passa per Greenwood e dopo poco arriviamo al Pulaski (chi è costui?) Bridge: siamo alla mezza maratona e, mentre con un po’ di rammarico saluto Brooklyn, mi metto in posa per le telecamere: metà del viaggio.
Queens
Anche il secondo ponte è alle spalle e siamo ufficialmente nel Queens, il quartiere di Spider Man come mi ha ricordato ieri mio figlio. Sento la stanchezza ma sono abbastanza soddisfatto della tenuta. La seconda parte non sarà così semplice.
Il Queens è un gigantesco distretto posto nella parte orientale della città, zona di fabbriche e aeroporti, ma lo toccheremo solo marginalmente. Il cartello che ci accoglie “WELCOME TO QUEENS, NOW GET OUT” è la sintesi perfetta di quello che dobbiamo fare: pochi chilometri tra le strade del Long Island Center, un susseguirsi di cantieri di grattacieli e centri commerciali.
Dopo un paio di curve compare il Queensboro Bridge, siamo al 27° chilometro, e senza indugio vado sulla rampa. Si corre al chiuso, non ci sono spettatori e si sente solo il rumore delle scarpette sul ferro. Per qualche centinaio di metri sembra di correre dentro il rombo di un tuono ma poi chi è davanti inizia a camminare, qualcuno si ferma a fare foto, a recuperare un po’ di fiato. La vista di Manhattan è bellissima ma devo continuare. Appena inizia la discesa riparto superando anche quelli che camminano. Vedo due fotografi e mi metto in posa. Dopotutto qualcosa su Facebook devo pur pubblicare…
Manhattan
Alla fine del ponte un’inversione a U ci porta sulla First Avenue, un rettilineo lunghissimo che ci terrà occupati per la prossima mezz’ora almeno.
Qui il caos è totale. Dopo il silenzio del ponte sbattiamo contro un muro di decibel che ci intontisce. Mi metto al centro della strada per trovare un po’ di pace ed avere un minimo di sollievo. Accosto solo in prossimità dei ristori per un mezzo bicchiere di acqua o di Gatorade.
Un cartello si insinua nella mia attenzione: “I TRAINED FOR ONE YEAR TO HOLD THIS SIGN”. Giusto di fianco un altro: “YOU BETTER RUN BITCH”, che potrebbe pure essere la continuazione. Certo che si impegnano davvero… ma poi con chi ce l’aveva?... sono pazzi questi newyorchesi!
Sempre dritto e sempre avanti. È tempo per l’ultimo gel.
Harlem compare e scompare e poi il quarto ponte, Willis Avenue Bridge, che ho letteralmente cancellato dalla memoria. Forse troppo breve per essere ricordato, forse troppo stanco per farci caso. Siamo al 33° chilometro e per me inizia un terreno inesplorato. Non sono mai andato oltre in allenamento.
Bronx
Dopo il ponte inizia il Bronx, l’ultimo distretto che tocchiamo in questa follia che chiamiamo maratona. Disoccupazione, criminalità e inquinamento negli anni ‘70 ne hanno determinato una cattiva reputazione che ancora resiste. Negli anni è divenuto un centro con una forte identità, famoso per lo zoo, per i graffiti, la break dance, il rap e l’hip-hop. A me oggi sembra bellissimo ma me lo voglio lasciare alle spalle.
Anche qui gente che urla e spinge ogni singolo corridore e nei pochi chilometri che percorriamo comincio ad avvertire l’urgenza di arrivare al traguardo. “RUN AS IF YOU ARE STEALING SOMETHING”, il cartello mi strappa una risata ma ora è tempo di tornare indietro. La strada curva e un piccolo ponte, il Madison Avenue Bridge, ci aspetta. “LAST DAMN BRIDGE”, come dice uno dei cartelli più famosi della corsa, esposto proprio all’imbocco della salita. Il quinto ed ultimo ponte nel quinto distretto.
Back to Manhattan
Torniamo a Manhattan, e inizia la Fifth Avenue, la strada dei musei e delle ambasciate.
Manhattan, nella lingua dei nativi significa la città delle colline, e oggi ne sto capendo il motivo (mi riferisco alle maledette colline).
Manhattan, il cuore di New York. Elegante, ricca, avveniristica, proiettata verso l’alto con mille grattacieli che danno le vertigini anche se li guardi dal basso.
Ora sono stanco, corro e cammino ma non mollo. Corro da oltre cinque ore e non sono più lucido. Passiamo accanto ad un parco ma è piccolo, ancora altra strada da fare. La strada sale e a sinistra vedo una lunga sequenza di palazzi eleganti. Anche qui le persone continuano ad incitarci e c’è ancora luce.
Ho le gambe di legno ma va bene così.
Lascio vagare la mente per non pensare alla fatica.
La verità è che non mi è mai piaciuto correre.
Fin da piccolo mi divertivo a correre giusto quel poco che serviva a vincere qualche scommessa o qualche sfida, giusto qualche breve scatto, cinquanta o cento metri, mai di più. Uno scatto per demoralizzarli e uno per sconfiggerli sono sempre bastati, ma la corsa è un’altra cosa.
Quando incrociavo per strada qualcuno che correva non potevo fare a meno di fare qualche smorfia o un qualche commento tipo “Ma che hai da fare che corri?” … Ah, ah, ah e ridevo come un cretino. Sì, lo so, sono simpatico e molto divertente.
E ora mi trovo dall’altra parte della battuta.
Perché da un paio di anni ho cominciato a correre anche se continua a non piacermi.
Ho cominciato quasi senza accorgermene, in palestra, su un tappeto.
Mi iscrivo e mi danno una scheda con gli esercizi per spalle, braccia, gambe, addominali. La ragazza mi dice:” Ovviamente all’inizio e alla fine mettiamo una corsetta di venti minuti…”. Non capisco subito, tutto preso dalla lettura di squat, crunch e leg curl e meccanicamente rispondo:” Certo, e che sarà mai”. Poi, mentre mi avvio verso la macchina capisco e torno indietro: “Venti minuti? Di corsa? Ma sei impazzita?”.
Ecco, è cominciata così, una sfida con me stesso. Vedevo gente correre su quei tappeti maledetti e pensavo: ”Ce la posso fare, in qualche modo, ce la devo fare”. Un respiro dopo l’altro, con le gambe che urlavano per il dolore, con l’affanno e la vergogna di non riuscire a resistere neanche cinque minuti, con quei due chilometri che mi sembravano interminabili, ho cominciato le prime timide corsette al chiuso. Sono andato avanti così, pensando di aver raggiunto il massimo che si potesse chiedere al mio corpo e alla mia volontà.
Poi il lockdown, la chiusura delle palestre e lo smart working, e mi sono posto il problema di fare un po’ di sport da solo. Prima in casa, ripetendo quello che facevo in palestra poi, all’inizio del 2022 sono partito con la corsa.
Cinque minuti di corsa e una camminata di due chilometri.
Dieci minuti e la camminata.
I polpacci riprendono ad urlare e i minuti aumentano. E i chilometri pure.
Ho bisogno di qualche obiettivo e pure di qualche suggerimento.
Comincio a cercare in libreria, in edicola e su Google. Tante informazioni ma è difficile capire quelle che mi servono. Seguo qualche app di allenamenti e compro un orologio, un Garmin, che sincronizzo con il cellulare e provo a fare i cinquemila metri. Un disastro, proprio non ce la faccio.
Ricomincio daccapo. Ricomincio a camminare.
E piano piano, un po’ alla volta, mi sento più forte.
Il bello di camminare è che hai un sacco di tempo per pensare. E allora comincio a fissare qualche obiettivo. E le prime gare virtuali.
La prima è la “Corsa per la memoria”, una corsa di 5 chilometri non competitiva in memoria delle vittime delle stragi mafiose. Mi iscrivo, il contributo viene destinato alla costruzione di un parco giochi a Palermo e la cosa mi fa piacere. Posso scegliere quando e dove correre e così faccio: 46 minuti e 15 secondi, un tempo terribile, ma sono contento perché è la prima volta che riesco a farcela senza fermarmi.
Siamo a maggio, il caldo si comincia a sentire ma non voglio fermarmi e comincio ad avvicinarmi ai dieci chilometri.
Intanto seguo l’app “Run to Feel Better” e le loro tabelle. Tempi e distanze migliorano e quando faccio una “Virtual Run” a giugno il tempo sui 5 chilometri scende di molto: ora il mio PB è di 35 minuti.
A settembre riprendo a macinare chilometri e mi iscrivo alla Spaccanapoli, una gara mitica che attraversa il centro storico e di cui avevo sentito parlare fin da bambino: 10 chilometri con un tempo massimo di due ore. Per concluderla non c’è problema, il punto è provare a correrla al meglio.
Il 24 ottobre alle 8,30 in punto sono alla partenza. Non ho mai corso in mezzo a tanta gente e ho qualche timore. All’inizio mi lascio trascinare dalla folla. Saremo più di un migliaio di partecipanti e molti sembrano decisamente agguerriti. I primi chilometri li faccio a un ritmo superiore alle mie possibilità e a metà corsa sono sfinito. Comincio a camminare e mi stacco dal gruppone. La fatica è tanta ma cerco di resistere e mi rimetto a correre. Un po’ di slalom tra i turisti, qualcuno che incita, una vecchia si mette a urlare (“Curre, devi correre!”), qualche macchina che suona il clacson. Insomma, alla fine taglio la linea, mi prendo la medaglia e in un’ora e dodici minuti faccio il mio PB. Non vincerò mai le Olimpiadi ma alla fine si sa, a me non piace correre.
Con l’anno nuovo comincio ad aumentare le distanze.
Innanzitutto, vado in un negozio specializzato e compro un paio di scarpe nuove. Le vecchie, dopo 500 chilometri, sono da buttare. Il commesso è bravo e paziente. Mi prende l’impronta del piede per vedere l’appoggio e mi fa camminare e correre nel negozio. Poi mi porta un paio di scarpe che mi vanno perfettamente, un paio di Brooks Ghost 14. Non ci sono più alibi. Ora mi è chiaro anche l’obiettivo: la maratona di New York. Niente di meno.
I chilometri aumentano e trovo finalmente facile correre i cinque chilometri senza sforzo. Mi rendo conto che durante la corsa, all’aumentare della distanza, mi sigillo in un bozzolo e non faccio entrare più nulla. È una strana sensazione. Chilometro dopo chilometro chiudo i bordi del mio spazio e penso solo a correre. Il fiato, il battito, i muscoli delle gambe sono tutto quello che mi interessa. Riesco raramente a pensare a qualcosa di creativo.
Passo la maggior parte del tempo a fare calcoli. Il tempo, i chilometri percorsi e quelli che mancano, quanti passi al minuto, quanti al secondo, addizioni e moltiplicazioni frenetiche. Il mio bozzolo matematico.
Arrivo alla partenza della Napoli City Half Marathon di febbraio senza aver mai corso la distanza intera, ma questo era previsto e non mi interessa. So di poter correre e camminare per tre ore, l’ho già fatto in allenamento. Quello che voglio è concludere la gara nel tempo limite e correre il più a lungo possibile. I primi dieci chilometri sono soddisfacenti e faccio il mio miglior tempo; poi alterno corsa e camminata e arrivo al traguardo. È bello correre attraversando tutta Napoli senza auto e mettendosi al centro della strada sentendosi come un re. È questo quello che mi piace delle gare, avere la città a disposizione. Nella mia testa continuo costantemente a calcolare il tempo previsto di arrivo e questo mi tiene proattivo, finché riesco a fare i conti significa che sto bene.
Chiudo in 2 ore e 50 minuti. Ora l’obiettivo e scendere sotto le 2 ore e 30’ e soprattutto aumentare la capacità di corsa per l’intera gara.
I cinque chilometri senza sforzo e senza fermarsi diventano dieci. Ora devo migliorare i tempi.
Fartlek, ripetute, ritmo gara, test soglia anaerobica, lungo lento diventano linguaggio comune, anzi pensiero quotidiano visto che mi alleno da solo e da solo devo risolvere i problemi.
Il resto dell’anno è dedicato alla preparazione della maratona.
A giugno inizio le tabelle di allenamento - preparate da Michele di Run to Feel Better - per New York. Intanto ho prenotato il pettorale e il viaggio con Vale e Ricky che correranno con me anche il sabato la Dash to the finish line: 5 chilometri con lo stesso arrivo della maratona.
Passo l’estate a correre ovunque, strada, pontili, spiaggia, e spesso di notte. Faccio le scale di casa a piedi (7 piani), addominali e plank. Mi alleno almeno cinque giorni a settimana. Devo farcela, voglio farcela, non contemplo in nessun modo il ritiro.
Però il mio obiettivo vero è - come sempre - la distanza. Voglio fare il viaggio per intero e con la lucidità necessaria per comprendere tutto quello che accadrà.
E dunque ho elaborato la mia teoria della lentezza, che di certo serve ad assolvermi da chiunque abbia voglia di criticare i miei tempi lenti, ma che serve anche ad asserire che il tempo non è solo quantità misurabile ma anche qualità, altrettanto misurabile.
La teoria della lentezza
Il primo postulato sostiene che il tempo sia un parametro differente per ognuno di noi e che sia variabile anche in relazione al contesto. Il tempo di un bambino è diverso dal tempo di un anziano. Non maggiore o minore ma diverso. Il tempo trascorso davanti ad una pietanza che non piace è diverso dal tempo trascorso davanti ad un magnifico dolce. Quindi l’unità di misura convenzionale (spazio/tempo) non restituisce informazioni valide universalmente ma solo in relazione ad una certa platea omogenea: mi spiego meglio: un atleta agonista, un runner di categoria élite, ha obiettivi e capacità di un altro livello mentre un modesto appassionato di oltre 50 anni - come me - non ha né modo né voglia di competere. Io partecipo per capire.
Il secondo postulato è che la velocità porta a trascurare gli obiettivi intermedi e fa perdere di vista la semplicità, accendendo frenesia e caos nella nostra vita. Pensando alla corsa di New York, mi chiedo cosa abbiano visto i runner della prima wave che hanno chiuso sotto le tre ore. Si tratta di una velocità tale che non si riesce nemmeno a dare il 5 ad un bambino o a ringraziare chi ti porge un fazzoletto. È bella la velocità ma quanto è gratificante un’andatura gentile che non stressa il fisico e ti mantiene limpido e profondo lo sguardo.
Il terzo e ultimo postulato è che il valore della lentezza si misura nella profondità delle emozioni che riporti a casa e non nella superficialità del rapido passaggio. Facciamo parte di uno spettacolo, forse nella vita ma di sicuro in gare come questa, e ognuno ha il suo ruolo. Ho capito che il mio è quello del cronista del viaggio. Vado lento e prendo nota. Guardo e ricordo e, a chi vuole, racconto.
Se, alla fine di questo ragionamento, dovessi scegliere un animale che lo rappresentasse sceglierei una lumaca che, procedendo lentamente, lascia il segno dove passa e studia ogni centimetro del suo percorso.
Si, tutto questo è una scusa per non dire che sono lento. Ma sono io che scrivo e, devo dire, che l'ho scritto piuttosto bene. Ci credo pure...
I pensieri mi portano avanti.
Central Park
“Almost there” urlano le persone. Sulla destra ci sono di nuovo gli alberi. Finalmente ci siamo: Central Park. Provo a darmi un tono e qualche obiettivo. Supero qualche runner con cautela. Siamo tutti stanchi ma vedo l’entrata del parco. Il sole è vicino alla cima dei grattacieli di fronte. Mi sembra di correre in un sogno. Forse è l’emozione o forse la mancanza di ossigeno. Riesco ad andare più veloce della mia ombra e la supero in scioltezza.
È come in montagna: fa buio prima. Nel parco cerco di rosicchiare qualche secondo. Sono su Cat Hill e mi precipito giù. Vedo gente sui marciapiedi con la medaglia e pure loro incitano chi sta ancora sul percorso. Io vado a prendere la mia. Passo davanti al Plaza e poi Columbus Circle.
“Mentre su New York calavano le prime ombre della sera” (maledetto Nick Carter) rientro in Central Park. Non ci capisco più niente. Mi fermo per fare un video ma mi tremano le mani e non riesco ad avviare la registrazione. Poi penso che sono circondato da decine di telecamere e in qualche modo mi procurerò il video.
Vedo il cartello “400 meters to go”, ora sì che è fatta.
È un giro di pista, quasi niente. Ma questo niente è in salita.
Vedo l’arrivo.
Sorrido e lo raggiungo accelerando con tutto quello che mi resta.
Due anni fa non ci avrei scommesso.





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