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lunedì 31 agosto 2026
Aria di America's Cup
mercoledì 19 agosto 2026
L'isola di ferro
Un ammasso di granito e ferro.
A circa dieci miglia dalla costa toscana e a sessanta miglia dalla Corsica si erge imponente l’isola d’Elba. Nella parte occidentale una serie di alte montagne tra cui svetta il monte Capanne, il più alto di tutta la Toscana con i suoi oltre mille metri. Dalla sua sommità è possibile vedere l’intero arcipelago e quasi sembra di toccare con mano Marciana Marina, ai suoi piedi dopo che lo sguardo si è poggiato sui folti castagneti che si trasformano in macchia mediterranea. Ad est, dall’altra parte dell’isola, sul monte Calamita fino al 1981 era attiva la miniera sotterranea del Ginevro da cui si estraevano minerali di ferro e non a caso nel passato questa era chiamata la costa che brilla. Già Plinio il Vecchio scriveva ”Ilva cum ferri metallis”, ovvero l’Elba con le sue miniere di ferro e anche sulle carte nautiche viene richiesto di fare calcoli per la corretta determinazione della declinazione magnetica. Le miniere sono chiuse ma si stima la presenza di oltre cinque milioni di tonnellate di minerale che causano distorsioni nel campo magnetico (per fortuna non eccessive) e l’intera area è stata dichiarata demanio dello stato e riserva strategica nazionale.
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| Miniera del Ginevro |
Più o meno al centro della costa meridionale c’è Marina
di Campo che, fino al secolo scorso, insieme al vicino abitato di Procchio
sulla costa a nord, era una zona malsana e malarica; ad ovest c'è l’abitato di Pomonte,
una spiaggia di rocce e ciottoli da cui vedere il sole che si abbassa sulla
Corsica e fare una visita al relitto dell’Elviscot, adagiato
sulla sabbia a cento metri dalla riva e 12 di profondità (la nave è stata fatta
affondare dopo essersi incagliata sugli scogli e dopo essere stata bonificata
da ogni sostanza pericolosa e inquinante); ad est c’è Capoliveri, un
paese collinare che ospita per motivi misteriosi un piccolo museo del mare, Porto
Azzurro che si sviluppa lungo l’arco del golfo di Mola e caratterizzato dalla
sua enorme piazza a ridosso delle banchine e poi Rio, a nord-est,
caratterizzato da una forte identità e storia mineraria e operaia, quasi
rifiutando la deriva turistica degli altri comuni.
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| Pomonte, eclissi al tramonto |
Ad oggi agricoltura (vini e olio), pesca, turismo estivo e settori collegati (ristorazione, diving, trekking, cantieristica navale) e artigianato sono i principali settori economici. La terza isola italiana, 147 chilometri di costa, l'isola più grande del Parco Nazionale dell'arcipelago toscano, la spiaggia della Fetovaia, lo stoccafisso riese, la schiaccia briaca. In tre parole: Isola d'Elba.
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lunedì 1 settembre 2025
Costa del Conero
Il posto più interessante della città si trova nel rione del Passetto dove, a partire dal monumento ai caduti, una grande scalinata conduce al mare e alla spiaggia sottostante. C’è anche un ascensore panoramico che arriva alla spiaggia.
Da qui è possibile vedere centinaia di grotte, scavate nella roccia tra la metà dell’Ottocento e gli anni ’60, che venivano usate come ricovero per piccole imbarcazioni.I colori dei cancelli e dei portoncini, gli scivoli per le barche, l’uso di materiali di recupero (mattonelle, arredi, parti di imbarcazioni) ne fanno un esempio di architettura spontanea che si inserisce armoniosamente nel paesaggio.

Numana: centro storico molto antico e perfettamente restaurato.
Nel piazzale, nella parte alta del paese, il 14 agosto si tiene un concerto all’alba molto affollato e bello con il sole che sorge dal mare proprio alle spalle dell'orchestra.L'atmosfera è bella e tranquilla, i musicisti sono bravi anche se qualche sedia in più non guasterebbe, visto che fin troppi posti sono riservati per gli invitati.
Sulla cima del promontorio che domina il porto sono visibili (anche dal mare) i resti di una torre di epoca romana.

Una passeggiata lungo
le tante spiagge e una sosta ai go-kart nella parte verso Numana sono un piacevole
diversivo.
Sirolo: il paesino è piccolo e molto curato e non a caso viene chiamato la “Perla dell’Adriatico”. Il panorama dal Belvedere vale la visita e la gelateria Quattrini vale la sosta ed anche la fila. Nel comprensorio del paese c’è la Spiaggia delle due Sorelle, raggiungibile in kayak o con un traghetto da Numana, caratteristica spiaggia di ciottoli bianchi, con i due scogli gemelli che le danno il nome e che da lontano sembrano due suore in preghiera.
Secondo la leggenda una Sirena, d'accordo con un demone che viveva in una grotta alla base del monte Conero, attirava con il suo canto i marinai di passaggio che inevitabilmente andavano a schiantarsi sugli scogli e venivano catturati dal demone e sottoposti ad indicibili sevizie. Gli dei, disgustati da tanta crudeltà, decisero di punirli trasformandoli in pietra. Infatti si sa, gli dei non ammettono concorrenza...
All’interno del Santuario Mariano, uno dei più importanti del mondo, è custodita la santa casa di Nazareth in cui si narra sia avvenuta l’Annunciazione.
La Casa sarebbe poi stata trasportata in volo dagli angeli prima in Illiria e poi nelle Marche ed intorno ad essa sarebbe stato costruito il Santuario. Il quarto lato della Santa Casa ospita l’altare su cui è posta la Madonna Nera di Loreto.
Il colore della statua inizialmente era dovuto ai ceri votivi. Dopo il restauro del secolo scorso si è scelto di mantenere il colore scuro utilizzando un legno più adatto e smalti neri.
Recanati: è la città di Giacomo Leopardi, la città dell’Infinito e tutto richiama la sua vita e la sua opera. Di sicuro una visita alla casa di famiglia e alla biblioteca sono indispensabili per comprendere uno dei più importanti poeti italiani, la sua formazione, la sua storia e la sua originalità.
La quantità di libri è impressionante, si stima circa 20.000 volumi, e si racconta che Giacomo ne conoscesse il contenuto di almeno l'80 per cento e senza sforzo. Il piccolo scrittoio, che trasportava nelle varie stanze seguendo il flusso dei suoi interessi e delle ore di luce, è la testimonianza di una volontà di conoscenza ferrea e che tratteggiano un giovane uomo forte e determinato a dispetto pur cagionevole salute.
Anche gli oggetti esposti nel museo al piano terra svelano la personalità di Giacomo Leopardi più di tante ore di lezione a scuola.

venerdì 4 ottobre 2024
Maremma Pig
Quella striscia di terra etrusca, che va da Ansedonia fino a Talamone e che coincide in larga misura con la provincia di Grosseto, è la Bassa Maremma, terra lagunare ricca di storia.
La laguna di Orbetello è delimitata da due tomboli, a sud il tombolo della Feniglia, tra Ansedonia e il Monte Argentario; verso nord il tombolo della Giannella, dall’Argentario alla foce dell’Albegna. Sono due strisce di circa 6 chilometri di lunghe spiagge sabbiose e pinete che convergono nella massiccia formazione rocciosa del Monte Argentario mentre al centro, su una sottile lingua di terra, si trova la cittadina di Orbetello, circondata da tratti di antiche mura. Il centro storico è molto ordinato e ben tenuto con una pianta piuttosto regolare e ampi giardini e parchi. Essendo circondata da acqua la vista è spettacolare in qualsiasi ora del giorno. La laguna ha un fondale estremamente basso che mediamente non supera il metro di acqua. Ospita una Riserva naturale gestita dal WWF dove nidificano e transitano numerose specie di uccelli (il cavaliere di Italia, il fenicottero rosa, il falco pescatore); le acque della laguna sono ricche di spigole, orate e anguille. Negli ultimi anni la carenza di apporto di acqua fresca, sia dal mare che dai vari canali che la alimentano, soprattutto in estate, sta causando grandi morie di pesce per la scarsa ossigenazione e dunque pioggia e mare mosso sono visti come una benedizione dagli abitanti e dagli itti-cultori del posto.
Talamone è situata su uno sperone roccioso, estremità dei Monti dell’Uccellina. Il borgo storico si arrampica sul promontorio e termina in alto con uno spettacolare belvedere che gira intorno alla Rocca Aldobrandesca, a strapiombo sul mare e che si vede da molto lontano sia di giorno che di notte. Era una torre costiera di avvistamento nel XVI secolo che faceva parte del sistema difensivo della Repubblica di Siena. Il porticciolo all’ingresso del paese non è molto grande ma è passato alla storia per essere stato una tappa di avvicinamento alla Sicilia di Garibaldi, che vi fece scalo nel corso della spedizione dei Mille nel 1860, per fare rifornimento di acqua e armi.
Capalbio è famosa alle cronache per essere il “buen ritiro”
di intellettuali e magistrati è un piccolissimo paese con un centro storico
circondato da imponenti mura sulle quali è possibile passeggiare piacevolmente
tra case di pietra, torri e botteghe prima di cenare in uno dei tanti
ristorantini, e dalle quali è ben visibile il lago di Burano, anch’esso riserva
del WWF.
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| Capalbio - Giardino dei Tarocchi |
Il Giardino dei Tarocchi è stato creato negli anni Settanta dalla scultrice Niki de Saint Phalle. Contiene grandi sculture colorate, molte delle quali sono visitabili anche dall’interno, ispirate alle figure degli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Sono 22 grandi strutture di cemento, vetro, specchi e ceramiche da scovare nei sentieri del giardino e che ispirano grande energia, allegria e curiosità e che si armonizzano naturalmente con gli alberi e la macchia mediterranea del giardino.
Porto Santo Stefano è sul lato occidentale del Monte Argentario e non c’è molto altro che il lungomare, con il porto commerciale per visitare le isole dirimpetto (Giglio e Giannutri) e il porto turistico per chi avesse necessità di fermarsi durante le navigazioni nell’arcipelago toscano. Molti ristoranti e molto sgarbati ristoratori.
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| Isola del Giglio - Castello |
giovedì 1 agosto 2024
Un vecchio signore
La prima volta che ho visto il motorino di nonno ero un bambino e da poco andavo in giro con la mia bicicletta. Il motorino mi sembrava una cosa gigantesca e lo guardavo incuriosito ed anche un po’ intimorito.
Sembrava una specie di “superbicicletta”, molto più grande della mia e con un motore a vista che dava l’idea di essere una cosa complicata. Motore e pedali, una cosa decisamente misteriosa.
Mio nonno di tanto in tanto lo prendeva, spostava leve, faceva girare le ruote sul cavalletto, smoccolava qualche parola senza che io capissi e poi se ne andava da qualche parte.
In effetti, quando il lavoro lo portava lontano era l’unico modo per spostarsi. Lui era un fabbro e aveva l’officina a S. Arsenio, dove viveva, e il lavoro lo portava spesso nei paesi vicini, ma era anche uno dei pochi nel Vallo di Diano a saper manovrare le grandi mieti-trebbiatrici che si usavano negli anni ‘40 e ‘50.Da giovane si spostava a
piedi o in bici, poi nel ‘54 decise di comprare qualcosa di più comodo e veloce.
Il Legnano-Sachs 50, appunto. 
Prima del 1959 non esisteva la categoria “ciclomotore” nel Codice della Strada e questi mezzi erano inquadrati nella categoria dei “velocipedi con motore ausiliario”.
In pratica erano delle biciclette con un motore ausiliario anche se poi, sempre di più, iniziavano a somigliare a delle piccole motociclette.
Non esisteva una omologazione per il veicolo nel suo insieme e dunque non era necessario avere una punzonatura di riconoscimento del modello sul telaio.
Al massimo veniva posto un numero seriale
senza sigle che permettesse di identificare il modello specifico. Le
disposizioni indicavano un limite di cilindrata massimo (50 cc) e imponevano la
pedaliera ciclistica e dunque nessun vincolo di potenza e velocità.
Il libretto era riferito solo al motore montato sul quale veniva impresso il numero di matricola. Quindi, in definitiva, la Legnano era un assemblatore che montava parti fornite da altre ditte.
A ben guardarlo il Legnano si mostra chiaramente per quello che è: il telaio di una bici, un serbatoio, un motore (Sachs) e poco altro, come il faro Aprilia (non quella famosa delle moto).
Anche il colore scelto dalla Legnano racconta di quei tempi. Il verde militare dello smalto usato sul serbatoio e sui parafanghi sembra più una scelta economica che estetica.
Di sicuro nei primi anni dopo la guerra la disponibilità di forniture a basso costo era la priorità, mentre colori più sgargianti come il rosso erano lasciati alla Guzzi o alle altre moto più costose dell’epoca.
Sul manubrio era presente una levetta che comandava il decompressore per agevolare l’avviamento e lo spegnimento del motore che ora è sparita, in chissà quale restauro.
A sinistra c’è il blocchetto luci e il clacson.
Nessuno specchietto retrovisore e nessun tachimetro o contachilometri.
Ha due marce comandate al manubrio con la frizione a sinistra e a destra il freno anteriore. Il freno posteriore è a pedale.
Su questo motorino ho imparato a guidare.
Ricordo diverse estati, negli anni ‘80, in cui facevo lunghi giri durante le vacanze tra Castelvolturno e Mondragone.
Non era di certo un motorino che passava inosservato, quelli erano
gli anni del Boxer Piaggio, del Si, della Vespa 50, del Cagiva 125,
completamente un altro genere.
In quello stesso periodo fu eseguito un primo pessimo restauro che ne modificò il colore originale (dal verde al rosso) e nel quale furono sostituite alcune parti con ricambi non coerenti (il tubo di scappamento, la leva del freno), fu coperta la cromatura con vernice argentata e cancellate tutte le scritte e i loghi.
Tutto molto brutto ma in prospettiva molto efficace contro la ruggine. Infatti, dopo un altro paio di anni di sporadico utilizzo, il Legnano fu lasciato fermo per oltre 30 anni in un box.
Nel 2019 è stato targato secondo le nuove disposizioni del Codice della Strada ed è stato rifatto il libretto di circolazione. Finalmente nel 2021 è iniziato il restauro definitivo che ne ha ripristinato l’aspetto originale.
Sono stati cambiati raggi e cerchioni mentre manubrio, curva della marmitta e sella sono stati cromati. Il motore è stato aperto, è stato inserito il pistone nuovo e ripuliti i condotti.
La frizione è stata cambiata La carrozzeria è stata sabbiata, verniciata e sono stati rifatti i loghi e applicate le decalcomanie originali.È stata rifatta la lamiera copricatena mentre i pedali e i braccetti dei pedali sono stati acquistati nuovi.
È stato comprato anche un gonfiatore nuovo su cui è stato inciso il logo della Legnano che ricorda molto l’originale e si incastra alla perfezione nell’alloggiamento sotto il serbatoio.
Completamente nuovo è l’impianto elettrico, tutti i fili e il fanalino posteriore mentre per il faro principale si è recuperato il vecchio e sostituito solo la lampadina.
Copertoni e camere d’aria completano il restauro insieme alla nuova sella molto simile all’originale.
Ora è pronto a camminare, un signore di 70 anni, che forse non sarà veloce come un tempo ma che ha di sicuro qualche storia da raccontare.
Giusto il tempo di sistemare qualche carta.
sabato 4 marzo 2023
Napoli City Half Marathon, cronache dall’ultima fila
Cinquemila persone. Mi dicono che siamo cinquemila. Quello che so per certo è che a malapena si intravede la partenza. Aspettiamo su Viale Kennedy, un lungo rettilineo contornato dai platani, e cerchiamo di non far raffreddare le gambe nell’ attesa.
Allo sparo non succede niente. Immagino che gli
atleti élite, quelli in prima fila, siano partiti come missili, ma loro corrono
a tre minuti al chilometro e fanno letteralmente un’altra gara. Saprò di loro
all’arrivo o direttamente dal Tg stasera. Corrono per arrivare primi, noi corriamo
per sentirci vivi.
Noi, i runner dell’ultima fila, un po’ come i
loggionisti nella lirica, cominciamo a camminare dopo quasi cinque minuti. La
linea di partenza resta ancora distante e siamo ancora troppo compatti per
correre. Avvio il GPS e metto il cellulare nel marsupio. Finalmente la linea.
Mi guardo intorno e vedo che facciamo tutti lo stesso gesto: avviamo il
cronometro, uno sguardo intorno e si comincia.
Di fronte il Politecnico, ancora bello e
originale a dispetto dell’età. Pochi respiri e lasciamo lo stadio sulla
sinistra. In pratica è come se l’intera curva A stesse partecipando a questa
gara. C’è un fiume di persone che corre, nel silenzio si sente il rumore delle
scarpette che battono sull’asfalto. Qualcuno urla per scaricare l’emozione e
farsi coraggio. Si canta e si corre.
Su Via Giulio Cesare finisce il primo chilometro
e, poco dopo lo Sferisterio il secondo. Già, lo Sferisterio, uno dei misteri
irrisolti di questa città: ospitava la pelota basca, poi è stato una sala per
concerti e poi è stato bruciato. Saranno passati all’incirca quarant’anni e
resta ancora lì, in tutta la sua compiuta indeterminazione.
Prima galleria e lascio andare le gambe: ora è
in discesa e ne approfitto per guadagnare qualche secondo. Al ritorno ci sarà
da penare. Cerco di rilassare le spalle e respiro “con la pancia”. Mi porta la
strada e devo solo assecondare. A Piazza Sannazzaro si ricomincia in piano.
Ci sono alcuni concorrenti che spingono
carrozzelle e vedo anche alcuni runner con protesi o evidenti problemi motori.
Ci vuole un grande amore e una enorme forza per correre così e il mio rispetto
per loro è infinito. Mi scosto e li lascio andare.
Via Caracciolo è grigia stamattina, il ritmo è
quello previsto in allenamento. Non c’è niente da improvvisare in una corsa
lunga. Quello che hai fatto nell’ultimo mese è esattamente quello che potrai
fare. La strada restituisce solo quello che hai dato. I chilometri diventano
quattro e si arriva a Via Partenope, dopo aver corso tra la Villa Comunale e il
mare. Adesso di fronte si vedono il Vesuvio e il Castel dell’Ovo.
C’è il primo ristoro. Prendo l’acqua e il gel che ho portato
da casa. Un paio di sorsi e riprendo pian piano il ritmo. Prima mezz’ora
andata.
Discesa veloce su Via Acton e poi, dopo la darsena, si prosegue su Via Marina costeggiando il porto. La strada è larga e si corre bene. Si cominciano a vedere i primi che incrociano in senso inverso. Nel tempo che noi abbiamo impiegato per fare sei chilometri loro ne hanno percorsi quindici e questo fa tutta la differenza del mondo. Un po’ di invidia ma nemmeno troppa. In me prevale lo stupore.
Intanto noto che Napoli senza le auto,
soprattutto qui al centro, è davvero insolita. Sarò passato di qui migliaia di
volte ma così, di corsa e senza macchine, diventa un’esperienza quasi
spirituale. O forse è la mia testa che vuole più ossigeno. Ricomincio la
respirazione diaframmatica e controllo la mia corsa. Spingo con le braccia e di
tanto in tanto anche con i polpacci. Sto recuperando qualche secondo sulla
velocità.
Arrivo e supero l’incrocio con Via Duomo. I
chilometri aumentano e anche la stanchezza.
Al Ponte della Maddalena il secondo ristoro: prendo
l’acqua e cammino qualche decina di metri per bere senza versarmi tutto
addosso.
Questa strada è decisamente brutta, eppure
proprio da queste parti si sono verificati eventi davvero notevoli nei secoli
scorsi. Nel 1631, durante una delle più violente eruzioni del Vesuvio, fu
portata in processione fin qui la statua di San Gennaro per scongiurare che la
lava entrasse in città. Il Santo fece il miracolo e la lava si fermò proprio
sul confine con la vicina San Giorgio a Cremano. Nel 1799. Anno della
Rivoluzione napoletana, proprio qui le truppe monarchiche del Cardinale Ruffo
vinsero la resistenza delle armate repubblicane ed entrarono in città ponendo
fine all’esperienza della Repubblica partenopea. Dell’antico ponte a cinque
archi che segnava l’ingresso orientale in città ora non resta più nulla.
Torno su Via Marina dove c’è il traguardo dei
dieci chilometri e il primo controllo cronometrico.
All’incrocio con Corso Arnaldo Lucci c’è
l’installazione di Bianco e Valente “nessuno escluso”, una scritta rossa
montata su un’intelaiatura circolare. Da tre anni è lì, come simbolo di
accoglienza e di tolleranza, e chissà quante discussioni genera nelle auto che
ogni giorno percorrono la strada. Del resto, non è proprio questa la funzione
dell’arte?
È passata oltre un’ora di gara. Forse un’ora e
dieci. Siamo a metà mentre a Fuorigrotta staranno già applaudendo i primi, sia
tra gli uomini che tra le donne. Ma la nostra corsa è un’altra. Per me la sfida
è con me stesso. Voglio farcela, migliorare il risultato dell’anno scorso,
imparare a gestire i muscoli che mi fanno male, i crampi, il tempo che passa,
il respiro che comincia ad accorciarsi.
Via Marina al ritorno sembra più lunga. In
lontananza vedo che dobbiamo girare a destra e passiamo per Piazza Borsa e poi
il Rettifilo. Anche qui correre dove passano milioni di macchine ogni giorno è
surreale. Si vede qualche automobilista nervoso che vorrebbe passare lo stesso
e qualche vigile, altrettanto nervoso che glielo impedisce. Proprio non capisco
perché per un giorno all’anno, e di domenica mattina, non si riesca a fare a
meno dell’automobile. Saluto con la mano e vado avanti. Giriamo per tornare
indietro, passiamo l’ultimo traguardo intermedio, ci muoviamo verso l’Università.
Intorno a me vedo che anche gli altri stanno
cominciando a sentire la fatica. Qualcuno si ingobbisce per lo sforzo, qualcuno
cammina.
Siamo all’incrocio con Via Mezzocannone. Il nome
di questa strada mi è sempre piaciuto. Pare che derivi da una fontana che
serviva all’abbeveramento dei cavalli con un tubo di portata molto corto
(appunto mezzo cannone). Ecco, a questo punto anche io mi sento a mezzo
servizio. Siamo a quattordici chilometri e torniamo su Piazza Municipio.
La piazza è bella, lineare, minimalista. Forse
sono uno dei pochi napoletani a pensarlo ma a me piace molto. Una piazza di
pietra, come piazza Duomo a Milano, enorme e squadrata. Il progetto è di
Alvaro Siza che si è dovuto adattare, nei tempi e negli spazi, ai numerosi
ritrovamenti. Sotto c’è la metro (che non porta a Fuorigrotta altrimenti un
pensierino ce lo farei) ma, soprattutto, c’è una leggerissima discesa che mi
permette di accelerare.
Si svolta a destra, ancora Via Marina, passando
sotto il Maschio Angioino, ultimo ristoro al quindicesimo chilometro, e poi
nella galleria della Vittoria. Ci sono voluti otto anni ma alla fine questa
l’hanno completata e riaperta. L’odore è terribile ma c’è di buono che dopo
pochi minuti siamo a Piazza Vittoria e di nuovo a Via Caracciolo.
Sta cadendo qualche goccia di pioggia. Mi piace correre sotto l’acqua ma ora non è il caso di esagerare. Siamo anche controvento e la temperatura scende. Qualcuno si veste e compaiono impermeabili e magliette. Finora ho avuto caldo, ora invece sto bene e, sia pure con qualche pausa di troppo, riesco ancora ad andare. Due ore di corsa. Sul traguardo di Viale Kennedy ora starà passando il gruppone. Per noi invece non è un momento facile.
Sedici chilometri. Siamo arrivati ma non siamo
arrivati.
Devo riprendere a spingere. Inclino leggermente
il busto e guardo avanti. I piedi spingono insieme alle braccia. Provo a
rilassare le spalle e le mani e a sorridere. Non perché sia particolarmente
felice, ma qualcuno dice che così si contraggono meno muscoli e quindi serve
meno energia.
Non conosco nessuno che sia contento di far
fatica, quello che ti muove è la voglia di arrivare, di raggiungere il
traguardo. I primi ormai saranno già in albergo, magari sotto la doccia con la
medaglia al collo, come fa qualcuno; per me c’è ancora da correre.
Dopo un paio di chilometri sono di nuovo a
Piazza Sannazzaro. Adesso la salita. La galleria Laziale, facile e veloce
all’andata, ora, dal lato sbagliato, mostra tutta la sua pendenza. Rallento, mi
inclino in avanti e inizio la risalita. Dopo 1450 passi sono fuori. Mancano
solo due chilometri e 97 metri.
Via Giulio Cesare è un interminabile nastro che
mi riporta a Piazzale Tecchio e poi, finalmente, gli ultimi 97 metri. Vorrei
camminare, i muscoli urlano, mi fa male la schiena, ora mi vengono i crampi, ho
sete, ma dove cazzo sta il traguardo, guarda c’è il fotografo, ridi che ti
stanchi di meno, ancora un po’, qualcuno mi incita, qualcuno applaude per
solidarietà, qualcuno per sbaglio.
Eccola là. La linea di arrivo. È l’unica cosa
che voglio. Ora sono contento e sorrido davvero.
Lo speaker dice il mio nome.
Sorrido.
Il traguardo.
lunedì 5 settembre 2022
L'isola di Dino
L’isola di Dino, proprio di fronte a Praia a Mare, è una piccola isola quasi attaccata alla costa calabrese, praticamente disabitata.
Ha la forma di una grande balena,
lunga quasi 900 metri e larga circa 100, ed è composta di roccia calcarea con lunghe
falesie in cui si aprono numerose grotte marine sia sopra che sott’acqua.
Una
delle più grandi e visitate è la Grotta Azzurra cui segue la grotta del Monaco
per la presenza di una formazione rocciosa che richiama alla mente un monaco in
preghiera.
Secondo alcuni il nome
deriva da un tempio dedicato alla dea Venere (Aedina), secondo altri dalla
radice greca della parola forza (dyna) per le onde alte che si infrangono con
violenza sulla costa rocciosa e che rendono pericoloso e faticoso l’approdo.
Fu dimora di pirati
musulmani ed ottomani. Anche i normanni ci costruirono una torre, probabilmente
nella parte alta dell’isola, il Frontone a 70 metri di altezza, che poteva
ospitare una decina di uomini. Il recente passato è piuttosto travagliato.
Dopo un tentativo di
costruzione di un complesso turistico di lusso, da parte della famiglia Agnelli
e di società ad essa collegate, con ristorante, piscina ed alcuni bungalow a
forma di uovo (tucul), a seguito di denunce e procedimenti giudiziari il
progetto fallì e, di recente, l’isola è tornata di proprietà comunale.
L’obiettivo sarebbe quello di promuoverne un utilizzo turistico sostenibile,
attraverso la collaborazione di associazioni ambientaliste e una maggiore
attenzione alla cura dell’enorme varietà di flora e fauna endemica.
Visto l’enorme
sfruttamento turistico e l’abusivismo della costa calabrese, l’impressione è
che se semplicemente la si lasciasse in pace, così come sta adesso, si farebbe
sicuramente la cosa migliore per tutti
Una semi-isola, il filo dell’acqua e l’isola dei genovesi
C’è un angolo di Sardegna che conserva un carattere e una personalità fuori dall’ordinario. Lontano dagli usuali giri turistici, lontano...
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