lunedì 31 agosto 2026

Aria di America's Cup

Si comincia già a respirare qualcosa di diverso nell’aria. Non è solo l’afa e il caldo bollente di questa estate infinita. È qualcosa che si sta avvicinando. È la gara, la sfida delle sfide. Meglio di una finale di Champions League. La regata più antica del mondo, l’America’s Cup. Conta solo chi vince. Nessuno arriva secondo. Mentre ci avviciniamo alle regate preliminari di settembre a Napoli, previste dal 25 al 27 settembre, può essere utile ricordare le novità della 38° edizione. Cominciamo subito col dire che le regate preliminari sono un evento a parte: barche diverse, equipaggi diversi e anche i team in gara non sono tutti quelli che parteciperanno alla prossima edizione dell’America’s Cup. A fine settembre vedremo in gara 9 barche uguali - secondo quello che ci è dato sapere in questo momento – e i consorzi con due barche in gara presenteranno un equipaggio “Young & Women" ed uno “Senior”. È il caso di Luna Rossa e Team New Zealand e forse di Alinghi. Sono le stesse barche utilizzate a Barcellona nel 2024 per la Youth America’s Cup, gli AC 40, che ha visto la vittoria di Luna Rossa con Marco Gradoni e Gianluigi Ugolini al timone e la Women’s America’s Cup – con equipaggi completamente femminili, che ha visto vincere sempre Luna Rossa con Giulia Conti e Margherita Porro al timone. Sono barche ideali per gli allenamenti e per testare le effettive capacità dei timonieri, il livello di crescita degli equipaggi e le soluzioni tattiche da utilizzare in regate. Parliamo di barche dal costo relativamente contenuto, circa 3 milioni di euro, e decisamente più maneggevoli. Le abbiamo viste a Cagliari di recente e le rivedremo qui a Napoli in una serie di regate di flotta che si concluderanno il 27 settembre con un match race tra i primi due classificati al termine del fine settimana. Nel 2027, a maggio, ci saranno 7 consorzi a sfidarsi con queste novità. Innazitutto le barche saranno gli AC 75, oltre 20 metri di scafo e un albero di 26,5 metri, più di un palazzo di 7 piani. Questo significa più peso e maggiori carichi su tutta l’attrezzatura, dalle vele alle manovre fisse. L’equipaggio si riduce con l’eliminazione dei “cyclor”: si passa da 8 a 5, con la possibilità di imbarcare un sesto uomo come ospite ma questi non potrà avere alcun compito a bordo. È prevista la presenza obbligatoria di almeno una donna e tra i 5 velisti a bordo sia la donna che almeno altri due devono essere cittadini con regolare passaporto della nazione di origine dello Yacht Club che ha presentato la sfida. Quindi ogni team ha due slot a disposizione per velisti non nazionali. È questo il caso di Peter Burling nell’equipaggio di Luna Rossa. Gli scafi sono sostanzialmente quelli utilizzati a Barcellona, nell’ottica condivisa da tutti di un contenimento dei costi. Si tenga presente che il costo di un AC75 è di circa 15 milioni e che in una campagna di circa quattro anni si arriva a spendere tra i 70 e i 100 milioni di euro. Sono inoltre possibili piccole modifiche allo scafo, fino a 4 metri quadrati di superficie, per ridisegnare un po’ l’aerodinamica e le postazioni dei ciclisti che ora non servono più (è stato previsto l’utilizzo di batterie standardizzate per muovere gli arm, uguali per tutti gli equipaggi). Si possono anche costruire fino a tre nuove ali dei foil e un nuovo timone. Si possono ridisegnare le vele. I nuovi consorzi (Team Australia e American Racing Team USA) sono a caccia di AC75 già esistenti non potendo costruire nuove barche. Per i primi c’è l’AC75 Patriot, già di proprietà di American Magic, mentre per i secondi è probabile l’acquisto dell’AC75 Te Rehutai di Team New Zealand vincitrice della 36° edizione. Il risvolto positivo è che, acquistando l’intero pacchetto tecnologico e le sperimentazioni già avviate, possono più velocemente recuperare tempo sugli altri sfidanti. Resta il nodo di Team GB1 di Ben Ainslie che, a seguito della separazione con lo sponsor Ineos e della contesa per la proprietà della barca (l’AC75 Britannia), al momento non sembra avere la disponibilità di un AC75. Alla fine, è proprio tutto questo che rende affascinante questa manifestazione: un pugno di regole e un esercito di avvocati a darsi battaglia, mentre velisti e ingegneri utilizzano talento individuale e tutta la tecnologia disponibile per forzarle al massimo. Vedremo come andrà a finire.

mercoledì 19 agosto 2026

L'isola di ferro



Un ammasso di granito e ferro.

A circa dieci miglia dalla costa toscana e a sessanta miglia dalla Corsica si erge imponente l’isola d’Elba. Nella parte occidentale una serie di alte montagne tra cui svetta il monte Capanne, il più alto di tutta la Toscana con i suoi oltre mille metri. Dalla sua sommità è possibile vedere l’intero arcipelago e quasi sembra di toccare con mano Marciana Marina, ai suoi piedi dopo che lo sguardo si è poggiato sui folti castagneti che si trasformano in macchia mediterranea. Ad est, dall’altra parte dell’isola, sul monte Calamita fino al 1981 era attiva la miniera sotterranea del Ginevro da cui si estraevano minerali di ferro e non a caso nel passato questa era chiamata la costa che brilla. Già Plinio il Vecchio scriveva ”Ilva cum ferri metallis”, ovvero l’Elba con le sue miniere di ferro e anche sulle carte nautiche viene richiesto di fare calcoli per la corretta determinazione della declinazione magnetica. Le miniere sono chiuse ma si stima la presenza di oltre cinque milioni di tonnellate di minerale che causano distorsioni nel campo magnetico (per fortuna non eccessive) e l’intera area è stata dichiarata demanio dello stato e riserva strategica nazionale.


Miniera del Ginevro

 

Più o meno al centro della costa meridionale c’è Marina di Campo che, fino al secolo scorso, insieme al vicino abitato di Procchio sulla costa a nord, era una zona malsana e malarica; ad ovest c'è l’abitato di Pomonte, una spiaggia di rocce e ciottoli da cui vedere il sole che si abbassa sulla Corsica e fare una visita al relitto dell’Elviscot, adagiato sulla sabbia a cento metri dalla riva e 12 di profondità (la nave è stata fatta affondare dopo essersi incagliata sugli scogli e dopo essere stata bonificata da ogni sostanza pericolosa e inquinante); ad est c’è Capoliveri, un paese collinare che ospita per motivi misteriosi un piccolo museo del mare, Porto Azzurro che si sviluppa lungo l’arco del golfo di Mola e caratterizzato dalla sua enorme piazza a ridosso delle banchine e poi Rio, a nord-est, caratterizzato da una forte identità e storia mineraria e operaia, quasi rifiutando la deriva turistica degli altri comuni.

Pomonte, eclissi al tramonto
L’Elba è sempre stata abitata. Sia gli Etruschi che i Romani venivano qui per i giacimenti di rame e di ferro. Successivamente fu controllata prima dalla Repubblica marinara di Pisa e poi dal Granducato di Toscana che costruì e fortificò l’attuale Portoferraio, il capoluogo dell’isola, che inizialmente aveva il nome di Cosmopoli, da Cosimo I de’Medici che ne volle fare la prima difesa dal mare dagli attacchi dei saraceni e degli altri turbolenti regni d’Italia. L’isola agli inizi dell’Ottocento passa sotto la sovranità francese e dal 4 maggio del 1814 al 26 febbraio del 1815 diventa il Principato dell’Isola d’Elba, un vero e proprio stato Europeo, retto da Napoleone Bonaparte quando questi vi fu esiliato dopo la caduta di Parigi e il trattato di Fontainebleau. Due furono le sue residenze: Villa dei Mulini a Portoferraio, cui si arriva al culmine di una ripida salita dalla vecchia darsena, su due piani e con ai lati il Forte Falcone e il Forte Stella, che svolgeva soprattutto funzioni di rappresentanza e da piccola corte con la supervisione della sorella Paolina; Villa San Martino, la sua vera residenza privata, a circa 6 chilometri dal porto, con numerosi arredi originali, una grande sala affrescata con temi egizi al primo piano e un enorme salone al pianterreno utilizzato per mostre ed esposizioni.

Ad oggi agricoltura (vini e olio), pesca, turismo estivo e settori collegati (ristorazione, diving, trekking, cantieristica navale) e artigianato sono i principali settori economici. La terza isola italiana, 147 chilometri di costa, l'isola più grande del Parco Nazionale dell'arcipelago toscano, la spiaggia della Fetovaia, lo stoccafisso riese, la schiaccia briaca. In tre parole: Isola d'Elba.




lunedì 1 settembre 2025

Costa del Conero

 
Ancona : il centro storico della città inizia dal porto e si inerpica verso la Cattedrale di San Ciriaco. La vista dall’alto è molto bella e durante la salita si si può soffermare sulle rovine romane disseminate qui e là e per una sosta nella piazza del Plebiscito dove ci sono numerosi bar e ristoranti. Oltre le strade dello shopping (Corso Mazzini, Corso Garibaldi e strade limitrofe) un giro lungo il porto mostra la Mole Vanvitelliana (ex Lazzaretto) e l’Arco di Traiano. 

Il posto più interessante della città si trova nel rione del Passetto dove, a partire dal monumento ai caduti, una grande scalinata conduce al mare e alla spiaggia sottostante. C’è anche un ascensore panoramico che arriva alla spiaggia. 

Da qui è possibile vedere centinaia di grotte, scavate nella roccia tra la metà dell’Ottocento e gli anni ’60, che venivano usate come ricovero per piccole imbarcazioni. 

I colori dei cancelli e dei portoncini, gli scivoli per le barche, l’uso di materiali di recupero (mattonelle, arredi, parti di imbarcazioni) ne fanno un esempio di architettura spontanea che si inserisce armoniosamente nel paesaggio.


Osimo
: sorge su una collina circondata da notevoli mura di cinta di epoca romana. Il paese comprende la cima di due colline che nel tempo di sono quasi livellate. Notevoli sono i cunicoli sotterranei che hanno avuto sia la funzione di depositi e cantine che rifugio in caso di necessità. 
La pietra del sottosuolo è l’arenaria, cioè sabbia compattata dalla temperatura costante e dall’umidità, e che si scava abbastanza facilmente.

Numana: centro storico molto antico e perfettamente restaurato.

Nel piazzale, nella parte alta del paese, il 14 agosto si tiene un concerto all’alba molto affollato e bello con il sole che sorge dal mare proprio alle spalle dell'orchestra. 

L'atmosfera è bella e tranquilla, i musicisti sono bravi anche se qualche sedia in più non guasterebbe, visto che fin troppi posti sono riservati per gli invitati.

Sulla cima del promontorio che domina il porto sono visibili (anche dal mare) i resti di una torre di epoca romana.

 

Porto Recanati: tante case colorate, ideale per i ragazzi. Sembra un paesino estremamente vivace e ben tenuto, con una miriade di localini per cenare e trascorrere una piacevole serata. 

Una  passeggiata lungo le tante spiagge e una sosta ai go-kart nella parte verso Numana sono un piacevole diversivo.

Sirolo: il paesino è piccolo e molto curato e non a caso viene chiamato la “Perla dell’Adriatico”. Il panorama dal Belvedere vale la visita e la gelateria Quattrini vale la sosta ed anche la fila. Nel comprensorio del paese c’è la Spiaggia delle due Sorelle, raggiungibile in kayak o con un traghetto da Numana, caratteristica spiaggia di ciottoli bianchi, con i due scogli gemelli che le danno il nome e che da lontano sembrano due suore in preghiera.

Secondo la leggenda una Sirena, d'accordo con un demone che viveva in una grotta alla base del monte Conero, attirava con il suo canto i marinai di passaggio che inevitabilmente andavano a schiantarsi sugli scogli e venivano catturati dal demone e sottoposti ad indicibili sevizie. Gli dei, disgustati da tanta crudeltà, decisero di punirli trasformandoli in pietra. Infatti si sa, gli dei non ammettono concorrenza...


Loreto: un giro a Loreto significa una visita al Santuario della Santa Casa. 

All’interno del Santuario Mariano, uno dei più importanti del mondo, è custodita la santa casa di Nazareth in cui si narra sia avvenuta l’Annunciazione. 

La Casa sarebbe poi stata trasportata in volo dagli angeli prima in Illiria e poi nelle Marche ed intorno ad essa sarebbe stato costruito il Santuario. Il quarto lato della Santa Casa ospita l’altare su cui è posta la Madonna Nera di Loreto. 

Il colore della statua inizialmente era dovuto ai ceri votivi. Dopo il restauro del secolo scorso si è scelto di mantenere il colore scuro utilizzando un legno più adatto e smalti neri.

Recanati: è la città di Giacomo Leopardi, la città dell’Infinito e tutto richiama la sua vita e la sua opera. Di sicuro una visita alla casa di famiglia e alla biblioteca sono indispensabili per comprendere uno dei più importanti poeti italiani, la sua formazione, la sua storia e la sua originalità. 

La quantità di libri è impressionante, si stima circa 20.000 volumi, e si racconta che Giacomo ne conoscesse il contenuto di almeno l'80 per cento e senza sforzo. Il piccolo scrittoio, che trasportava nelle varie stanze seguendo il flusso dei suoi interessi e delle ore di luce, è la testimonianza di una volontà di conoscenza ferrea e che tratteggiano un giovane uomo forte e determinato a dispetto pur cagionevole salute. 

Anche gli oggetti esposti nel museo al piano terra svelano la personalità di Giacomo Leopardi più di tante ore di lezione a scuola.

venerdì 4 ottobre 2024

Maremma Pig

Laguna di Orbetello

Quella striscia di terra etrusca, che va da Ansedonia fino a Talamone e che coincide in larga misura con la provincia di Grosseto, è la Bassa Maremma, terra lagunare ricca di storia.

La laguna di Orbetello è delimitata da due tomboli, a sud il tombolo della Feniglia, tra Ansedonia e il Monte Argentario; verso nord il tombolo della Giannella, dall’Argentario alla foce dell’Albegna. Sono due strisce di circa 6 chilometri di lunghe spiagge sabbiose e pinete che convergono nella massiccia formazione rocciosa del Monte Argentario mentre al centro, su una sottile lingua di terra, si trova la cittadina di Orbetello, circondata da tratti di antiche mura. Il centro storico è molto ordinato e ben tenuto con una pianta piuttosto regolare e ampi giardini e parchi. Essendo circondata da acqua la vista è spettacolare in qualsiasi ora del giorno. La laguna ha un fondale estremamente basso che mediamente non supera il metro di acqua. Ospita una Riserva naturale gestita dal WWF dove nidificano e transitano numerose specie di uccelli (il cavaliere di Italia, il fenicottero rosa, il falco pescatore); le acque della laguna sono ricche di spigole, orate e anguille. Negli ultimi anni la carenza di apporto di acqua fresca, sia dal mare che dai vari canali che la alimentano, soprattutto in estate, sta causando grandi morie di pesce per la scarsa ossigenazione e dunque pioggia e mare mosso sono visti come una benedizione dagli abitanti e dagli itti-cultori del posto.

     Talamone è situata su uno sperone roccioso, estremità dei Monti dell’Uccellina. Il borgo storico si arrampica sul promontorio e termina in alto con uno spettacolare belvedere che gira intorno alla Rocca Aldobrandesca, a strapiombo sul mare e che si vede da molto lontano sia di giorno che di notte. Era una torre costiera di avvistamento nel XVI secolo che faceva parte del sistema difensivo della Repubblica di Siena. Il porticciolo all’ingresso del paese non è molto grande ma è passato alla storia per essere stato una tappa di avvicinamento alla Sicilia di Garibaldi, che vi fece scalo nel corso della spedizione dei Mille nel 1860, per fare rifornimento di acqua e armi.

      Capalbio è famosa alle cronache per essere il “buen ritiro” di intellettuali e magistrati è un piccolissimo paese con un centro storico circondato da imponenti mura sulle quali è possibile passeggiare piacevolmente tra case di pietra, torri e botteghe prima di cenare in uno dei tanti ristorantini, e dalle quali è ben visibile il lago di Burano, anch’esso riserva del WWF. 

Capalbio - Giardino dei Tarocchi

Il Giardino dei Tarocchi è stato creato negli anni Settanta dalla scultrice Niki de Saint Phalle. Contiene grandi sculture colorate, molte delle quali sono visitabili anche dall’interno, ispirate alle figure degli Arcani Maggiori dei Tarocchi. Sono 22 grandi strutture di cemento, vetro, specchi e ceramiche da scovare nei sentieri del giardino e che ispirano grande energia, allegria e curiosità e che si armonizzano naturalmente con gli alberi e la macchia mediterranea del giardino.

      Porto Santo Stefano è sul lato occidentale del Monte Argentario e non c’è molto altro che il lungomare, con il porto commerciale per visitare le isole dirimpetto (Giglio e Giannutri) e il porto turistico per chi avesse necessità di fermarsi durante le navigazioni nell’arcipelago toscano. Molti ristoranti e molto sgarbati ristoratori.

Isola del Giglio - Castello
 Porto Ercole è presente, almeno nella mia memoria, per essere stato l’ultima dimora del Caravaggio che nel 1610, pochi giorni dopo essere arrivato in paese sbarcando alla Feniglia, fu ritrovato morto. Poi qualche anno fa si sono inventati di averne ritrovato le ossa e ci hanno costruito una tomba, ma questa è un’altra storia (triste).  All’ingresso del paese oltre al lungomare e al porticciolo turistico di rilievo non c’è molto altro, se non guardando in alto verso ovest dove è ben visibile Forte Stella, costruito nel Cinquecento dagli Spagnoli con funzioni difensive e di avvistamento e che attualmente ospita eventi culturali nel periodo estivo.

Monte Argentario è ricco di cale e spiaggette raggiungibili dal mare o con lunghe passeggiate sia da Porto Ercole che da Porto Santo Stefano. Deve il suo nome probabilmente alla lucentezza delle rocce o per l’antica attività di argentari e banchieri della gente Domizia, proprietaria del luogo già ai tempi della Repubblica romani (quella del primo secolo a.C.) è di gran lunga il miglior posto per fare il bagno lungo la costa, isole escluse.

Giannutri è l’isola più meridionale dell’arcipelago. È una piccola isola con numerosi resti romani nella zona di Cala Maestra risalente ai Domizi-Enobarbi mentre l’approdo dei traghetti e delle barche che portano i turisti è in Cala Spalmatoio. Numerosi sono gli spot per il diving ma anche un semplice bagno con maschera e pinne ripaga del tempo della traversata. È un’area naturale protetta. 

Isola del Giglio è esattamente di fronte all’Argentario e consiste nell’insediamento di Giglio Porto dove arrivano i traghetti, in quello più antico e fortificato di Giglio Castello di origine medioevale e in Giglio Campese nato più di recente dove c’è la più grande spiaggia dell’isola esposta ad ovest da cui al tramonto si possono intravedere l’isola di Montecristo, l’Elba e la Corsica. Nella chiesa di San Pietro Apostolo, a Castello, c’è una vetrina con una serie di reperti storici (spade, pistole, croci e oggetti sacri) e i resti di San Mamiliano, patrono dell’isola.

Terme di Saturnia

Terme di Saturnia: l’origine mitologica delle terme è una storia di estrema attualità: il dio Saturno, disgustato dalla continua belligeranza degli uomini per la rabbia scagliò un fulmine  che aprì un cratere da cui iniziò a scorrere una sorgente di acqua calda e sulfurea. L’acqua prodigiosa placò gli animi e da allora iniziò un periodo di pace e prosperità. 
Magari oggi fosse possibile… 
Comunque, già i romani venivano fin qui per le vacanze e il centro termale divenne un crocevia di vita sociale, politica e piacere anche nei secoli successivi. Il luogo è di una bellezza magnetica e una visita è assolutamente doverosa in qualsiasi periodo dell’anno. Semplicemente bellissime.

      Pitigliano è un piccolo borgo medioevale costruito sul tufo, caratterizzato da sentieri e scavi etruschi. Il paesino, con numerose botteghe artigiane, ospita una comunità ebraica che qui ha la propria sinagoga fin dal sedicesimo secolo.

Pitigliano


giovedì 1 agosto 2024

Un vecchio signore



La prima volta che ho visto il motorino di nonno ero un bambino e da poco andavo in giro con la mia bicicletta. Il motorino mi sembrava una cosa gigantesca e lo guardavo incuriosito ed anche un po’ intimorito. 

Sembrava una specie di “superbicicletta”, molto più grande della mia e con un motore a vista che dava l’idea di essere una cosa complicata. Motore e pedali, una cosa decisamente misteriosa. 

Mio nonno di tanto in tanto lo prendeva, spostava leve, faceva girare le ruote sul cavalletto, smoccolava qualche parola senza che io capissi e poi se ne andava da qualche parte. 

In effetti, quando il lavoro lo portava lontano era l’unico modo per spostarsi. Lui era un fabbro e aveva l’officina a S. Arsenio, dove viveva, e il lavoro lo portava spesso nei paesi vicini, ma era anche uno dei pochi nel Vallo di Diano a saper manovrare le grandi mieti-trebbiatrici che si usavano negli anni ‘40 e ‘50. 

Da giovane si spostava a piedi o in bici, poi nel ‘54 decise di comprare qualcosa di più comodo e veloce. Il Legnano-Sachs 50, appunto. 

Prima del 1959 non esisteva la categoria “ciclomotore” nel Codice della Strada e questi mezzi erano inquadrati nella categoria dei “velocipedi con motore ausiliario”. 

In pratica erano delle biciclette con un motore ausiliario anche se poi, sempre di più, iniziavano a somigliare a delle piccole motociclette. 

Non esisteva una omologazione per il veicolo nel suo insieme e dunque non era necessario avere una punzonatura di riconoscimento del modello sul telaio. 


Al massimo veniva posto un numero seriale senza sigle che permettesse di identificare il modello specifico. Le disposizioni indicavano un limite di cilindrata massimo (50 cc) e imponevano la pedaliera ciclistica e dunque nessun vincolo di potenza e velocità. 

Il libretto era riferito solo al motore montato sul quale veniva impresso il numero di matricola. Quindi, in definitiva, la Legnano era un assemblatore che montava parti fornite da altre ditte. 

A ben guardarlo il Legnano si mostra chiaramente per quello che è: il telaio di una bici, un serbatoio, un motore (Sachs) e poco altro, come il faro Aprilia (non quella famosa delle moto). 

Anche il colore scelto dalla Legnano racconta di quei tempi. Il verde militare dello smalto usato sul serbatoio e sui parafanghi sembra più una scelta economica che estetica. 

Di sicuro nei primi anni dopo la guerra la disponibilità di forniture a basso costo era la priorità, mentre colori più sgargianti come il rosso erano lasciati alla Guzzi o alle altre moto più costose dell’epoca. 

Sul manubrio era presente una levetta che comandava il decompressore per agevolare l’avviamento e lo spegnimento del motore che ora è sparita, in chissà quale restauro. 

A sinistra c’è il blocchetto luci e il clacson. 

Nessuno specchietto retrovisore e nessun tachimetro o contachilometri. 

Ha due marce comandate al manubrio con la frizione a sinistra e a destra il freno anteriore. Il freno posteriore è a pedale. 

Su questo motorino ho imparato a guidare. 

Ricordo diverse estati, negli anni ‘80, in cui facevo lunghi giri durante le vacanze tra Castelvolturno e Mondragone. 

Non era di certo un motorino che passava inosservato, quelli erano gli anni del Boxer Piaggio, del Si, della Vespa 50, del Cagiva 125, completamente un altro genere. 

In quello stesso periodo fu eseguito un primo pessimo restauro che ne modificò il colore originale (dal verde al rosso) e nel quale furono sostituite alcune parti con ricambi non coerenti (il tubo di scappamento, la leva del freno), fu coperta la cromatura con vernice argentata e cancellate tutte le scritte e i loghi. 

Tutto molto brutto ma in prospettiva molto efficace contro la ruggine. Infatti, dopo un altro paio di anni di sporadico utilizzo, il Legnano fu lasciato fermo per oltre 30 anni in un box. 

Nel 2019 è stato targato secondo le nuove disposizioni del Codice della Strada ed è stato rifatto il libretto di circolazione. Finalmente nel 2021 è iniziato il restauro definitivo che ne ha ripristinato l’aspetto originale. 

Sono stati cambiati raggi e cerchioni mentre manubrio, curva della marmitta e sella sono stati cromati. Il motore è stato aperto, è stato inserito il pistone nuovo e ripuliti i condotti. 

La frizione è stata cambiata La carrozzeria è stata sabbiata, verniciata e sono stati rifatti i loghi e applicate le decalcomanie originali. 

È stata rifatta la lamiera copricatena mentre i pedali e i braccetti dei pedali sono stati acquistati nuovi. 

È stato comprato anche un gonfiatore nuovo su cui è stato inciso il logo della Legnano che ricorda molto l’originale e si incastra alla perfezione nell’alloggiamento sotto il serbatoio. 

Completamente nuovo è l’impianto elettrico, tutti i fili e il fanalino posteriore mentre per il faro principale si è recuperato il vecchio e sostituito solo la lampadina. 

Copertoni e camere d’aria completano il restauro insieme alla nuova sella molto simile all’originale. 

Ora è pronto a camminare, un signore di 70 anni, che forse non sarà veloce come un tempo ma che ha di sicuro qualche storia da raccontare. 

Giusto il tempo di sistemare qualche carta.


venerdì 1 dicembre 2023

La grande corsa


56.263 passi.

É la distanza tra questa linea sotto i piedi sul Verrazzano Bridge e il traguardo di Central Park. Quarantadue chilometri e centonovantacinque metri. 
La Maratona. 
È questa, tutto sommato, la cosa più semplice da fare. Si tratta solo di correre. 
 La parte difficile è stata arrivare su questa linea di partenza. 
Due anni di allenamenti sotto il sole e sotto la pioggia, di notte, all’alba o in pieno pomeriggio. Ogni volta che avevo un po’ di tempo. Perché la corsa è questo che ti fa. 
All’inizio ti tiene distante, ti stanca, si nega; poi ti prende e non riesci a farne a meno. In questi anni ho imparato a conoscermi sempre meglio, so cosa potermi aspettare e ho allenato la pazienza più dei muscoli. Ho imparato a conoscere ogni metro del mio quartiere e poi di quelli vicino, ogni salita e ogni discesa, ogni singolo fosso, avvallamento, falsopiano e ogni incrocio. So gli orari di apertura di ogni bar nel raggio di due o tre chilometri e pure gli orari delle messe mattutine. Sono uscito a correre con il freddo di gennaio e sotto il sole di agosto. 
Sono tornato a casa sudato come se avessi appena finito la doccia e così stanco da starmene a fissare la porta di casa senza avere le forza di aprirla. Ho raggiunto i miei limiti e li ho superati per scoprirne di nuovi e superarli ancora e vedere che ce n’erano altri e altri di ogni tipo. 
Non è solo sport ma è approfondimento. 
È un viaggio. Ti sposti sulle tue gambe e ti affidi alle tue forze. È solo marginalmente un fatto atletico, è soprattutto un modo diverso di guardare dentro sé stessi e il mondo che ci gira intorno. A questo penso mentre aspetto davanti alla linea. Aspetto l’inizio di un nuovo viaggio. 

Il primo distretto 

Staten Island è il distretto meno popolato, conosciuto per le spiagge e, appunto, per il gigantesco ponte su cui mi trovo, il Verrazzano Bridge che raggiunge Brooklyn. Ma sembra di essere in un’altra città: case piccole e spesso malmesse, pali della luce di legno e fasci di fili elettrici come nelle nostre campagne circa 40 anni fa, strade strette. L’impressione che prevale è la trascuratezza, eppure siamo a 15 minuti di traghetto da Wall Street. Il punto di ritrovo per la partenza della maratona di New York è Fort Wadsworth, sulla punta settentrionale. È un forte storico, costruito nel Seicento per la difesa della città e poi adibito a centro di reclutamento e addestramento militare durante le due guerre mondiali. Nei giorni della maratona, quelli che precedono la prima domenica di novembre, vengono allestiti tre villaggi (blu, verde e arancione) che ospitano gli atleti prima delle varie partenze, una ogni 40 minuti circa. Quest’anno siamo in 55.000, proprio tanti, e ognuno cerca di trovare un po’ di spazio per concentrarsi, per riscaldarsi e magari mangiucchiare qualcosa. Poi, quando l’altoparlante chiama per l’ingresso nelle griglie di partenza, con una lenta processione, quasi in fila indiana, ci si avvia sul ponte. Intorno a me vedo centinaia di persone, anzi migliaia, di ogni nazionalità che parlottano a bassa voce, molti stanno in silenzio, a testa bassa, chiusi nel proprio mondo interiore. Siamo tutti tesi, pronti e non vediamo l’ora di partire. È la mia prima maratona e sono felice di essere qui. Cerco di andare il più avanti possibile per avvicinarmi alla linea di partenza. Ci fermiamo e il gruppo si compatta. Sulla mia destra vedo il palco con il DJ, gente varia e un plotone di marines. Parte l’inno nazionale americano e, appena finisce, il colpo di cannone ci libera dalle catene dell’attesa. Si va. Da ora in poi ognuno è finalmente libero di seguire il proprio tempo, il proprio passo e i propri pensieri. Il Verrazzano Bridge è la salita più dura dell’intero percorso e sta proprio all’inizio. Si parte in salita. Meglio così. So benissimo che comunque i primi tre chilometri sono sempre duri, che sia salita o in piano, e l’unico modo per non soffrire è non pensarci. La vista è superba, si vede tutta New York, e mi mancano le parole per descrivere la bellezza di quello che vedo. Essere qui è un privilegio. Anche correre su questo ponte lo è. Questa strada è percorribile solo in auto, non esiste un passaggio pedonale. Gli unici che possono percorrerlo a piedi sono, appunto, i partecipanti alla maratona di New York. Dopo 5 minuti, sento un botto fortissimo, mi giro e vedo un uomo a terra e gente che urla intorno. Rallento, non so cosa fare, ma per fortuna vedo che stanno arrivando dalla corsia di sinistra due poliziotti e dopo nemmeno un minuto un’ambulanza; mi tranquillizzo e vado avanti (all’arrivo scoprirò che l’uomo era di nazionalità polacca e che pare sia stato subito dimesso dall’ospedale). Inizia la discesa e cerco di non farmi portare troppo dall’entusiasmo. Alla fine del ponte i primi spettatori e i primi tifosi.
Brooklyn 

“Ernesto, you got it!” sorrido allo spettatore che sinceramente non mi sembra proprio lucidissimo e vedo davanti un muro di persone in cui il serpentone di runner fa breccia. Inizia il delirio. Sui marciapiedi urlano, ballano, chiedono e danno il 5 a tutti, ti offrono fazzoletti per il sudore, caramelle, suonano qualsiasi cosa, c’è pure uno con una cornamusa e il gonnellino, e ti chiamano per nome. Soprattutto ti incitano: se appena pensi di fermarti, il solo pensiero del casino che farebbero ti fa stringere i denti e andare avanti. Siamo a Brooklyn, il distretto più popoloso di New York, e per di più siamo a Bay Ridge che è il quartiere di Tony Manero e di Saturday Night Fever, John Travolta e Olivia Newton-John. Qui si mescolano tutte le lingue del mondo, le religioni e i ristoranti. Lungo la 4th Avenue a sinistra c’è Gowanus con i suoi magazzini, le case di edilizia popolare, aspetto “industrial”, a destra Park Slope con le sue brownstone, considerato forse il miglior quartiere di New York. Basta girare la testa da una parte o dall’altra per contemplare l’America di oggi nel suo splendore e nelle sue brutture. Vedo in lontananza il grattacielo con i quattro orologi, la Williamsburg Savings Bank Tower, presente in tutti i film ambientati a New York quando serve una banca da rapinare, e non vedo l’ora di raggiungerlo. Lì finisce questa lunghissima Fourth Avenue. Avverto un po’ di fatica e sento i quadricipiti duri, la strada è un continuo saliscendi, e decido di rallentare per precauzione. Intorno al quindicesimo chilometro entro nel quartiere ebraico e mi rendo conto che non urla più nessuno. Il silenzio è irreale, quasi solido. È South Williamsburg, centro della comunità ebraica ortodossa, che guarda alla maratona con un po’ di fastidio. Loro vanno avanti con le loro faccende, noi andiamo avanti con la corsa. Dopo un paio di chilometri ricomincia il caos, se possibile anche più forte di prima.
Molti italiani mi riconoscono come connazionale, il nome sulla maglia e un piccolo tricolore aiutano, e urlano forte ma anche gli altri non sono da meno. Si divertono proprio. A sinistra vedo uno che si è portato la griglia e distribuisce hamburgers, a destra, poco più avanti, vedo un tavolino sulla strada, proprio sul percorso, dove qualcuno ha messo 3 o 4 bicchieri di mojito ed un cartello: ONLY FOR RUNNERS. È un meraviglioso manicomio. Forse la differenza con le gare in altre città è proprio questa: lo spettacolo lo fa chi corre e chi guarda. È una festa per tutti. E che festa! Mentre loro suonano e ballano, la strada fa qualche svolta, si passa per Greenwood e dopo poco arriviamo al Pulaski (chi è costui?) Bridge: siamo alla mezza maratona e, mentre con un po’ di rammarico saluto Brooklyn, mi metto in posa per le telecamere: metà del viaggio. 

Queens

Anche il secondo ponte è alle spalle e siamo ufficialmente nel Queens, il quartiere di Spider Man come mi ha ricordato ieri mio figlio. Sento la stanchezza ma sono abbastanza soddisfatto della tenuta. La seconda parte non sarà così semplice. Il Queens è un gigantesco distretto posto nella parte orientale della città, zona di fabbriche e aeroporti, ma lo toccheremo solo marginalmente. Il cartello che ci accoglie “WELCOME TO QUEENS, NOW GET OUT” è la sintesi perfetta di quello che dobbiamo fare: pochi chilometri tra le strade del Long Island Center, un susseguirsi di cantieri di grattacieli e centri commerciali. Dopo un paio di curve compare il Queensboro Bridge, siamo al 27° chilometro, e senza indugio vado sulla rampa. Si corre al chiuso, non ci sono spettatori e si sente solo il rumore delle scarpette sul ferro. Per qualche centinaio di metri sembra di correre dentro il rombo di un tuono ma poi chi è davanti inizia a camminare, qualcuno si ferma a fare foto, a recuperare un po’ di fiato. La vista di Manhattan è bellissima ma devo continuare. Appena inizia la discesa riparto superando anche quelli che camminano. Vedo due fotografi e mi metto in posa. Dopotutto qualcosa su Facebook devo pur pubblicare…
Manhattan 

 Alla fine del ponte un’inversione a U ci porta sulla First Avenue, un rettilineo lunghissimo che ci terrà occupati per la prossima mezz’ora almeno. Qui il caos è totale. Dopo il silenzio del ponte sbattiamo contro un muro di decibel che ci intontisce. Mi metto al centro della strada per trovare un po’ di pace ed avere un minimo di sollievo. Accosto solo in prossimità dei ristori per un mezzo bicchiere di acqua o di Gatorade. Un cartello si insinua nella mia attenzione: “I TRAINED FOR ONE YEAR TO HOLD THIS SIGN”. Giusto di fianco un altro: “YOU BETTER RUN BITCH”, che potrebbe pure essere la continuazione. Certo che si impegnano davvero… ma poi con chi ce l’aveva?... sono pazzi questi newyorchesi! Sempre dritto e sempre avanti. È tempo per l’ultimo gel. Harlem compare e scompare e poi il quarto ponte, Willis Avenue Bridge, che ho letteralmente cancellato dalla memoria. Forse troppo breve per essere ricordato, forse troppo stanco per farci caso. Siamo al 33° chilometro e per me inizia un terreno inesplorato. Non sono mai andato oltre in allenamento. 

Bronx 

Dopo il ponte inizia il Bronx, l’ultimo distretto che tocchiamo in questa follia che chiamiamo maratona. Disoccupazione, criminalità e inquinamento negli anni ‘70 ne hanno determinato una cattiva reputazione che ancora resiste. Negli anni è divenuto un centro con una forte identità, famoso per lo zoo, per i graffiti, la break dance, il rap e l’hip-hop. A me oggi sembra bellissimo ma me lo voglio lasciare alle spalle. Anche qui gente che urla e spinge ogni singolo corridore e nei pochi chilometri che percorriamo comincio ad avvertire l’urgenza di arrivare al traguardo. “RUN AS IF YOU ARE STEALING SOMETHING”, il cartello mi strappa una risata ma ora è tempo di tornare indietro. La strada curva e un piccolo ponte, il Madison Avenue Bridge, ci aspetta. “LAST DAMN BRIDGE”, come dice uno dei cartelli più famosi della corsa, esposto proprio all’imbocco della salita. Il quinto ed ultimo ponte nel quinto distretto. 

Back to Manhattan

Torniamo a Manhattan, e inizia la Fifth Avenue, la strada dei musei e delle ambasciate. 
Manhattan, nella lingua dei nativi significa la città delle colline, e oggi ne sto capendo il motivo (mi riferisco alle maledette colline). Manhattan, il cuore di New York. Elegante, ricca, avveniristica, proiettata verso l’alto con mille grattacieli che danno le vertigini anche se li guardi dal basso. Ora sono stanco, corro e cammino ma non mollo. Corro da oltre cinque ore e non sono più lucido. Passiamo accanto ad un parco ma è piccolo, ancora altra strada da fare. La strada sale e a sinistra vedo una lunga sequenza di palazzi eleganti. Anche qui le persone continuano ad incitarci e c’è ancora luce. Ho le gambe di legno ma va bene così. 
Lascio vagare la mente per non pensare alla fatica. 
La verità è che non mi è mai piaciuto correre. Fin da piccolo mi divertivo a correre giusto quel poco che serviva a vincere qualche scommessa o qualche sfida, giusto qualche breve scatto, cinquanta o cento metri, mai di più. Uno scatto per demoralizzarli e uno per sconfiggerli sono sempre bastati, ma la corsa è un’altra cosa. Quando incrociavo per strada qualcuno che correva non potevo fare a meno di fare qualche smorfia o un qualche commento tipo “Ma che hai da fare che corri?” … Ah, ah, ah e ridevo come un cretino. Sì, lo so, sono simpatico e molto divertente. E ora mi trovo dall’altra parte della battuta. Perché da un paio di anni ho cominciato a correre anche se continua a non piacermi. Ho cominciato quasi senza accorgermene, in palestra, su un tappeto. Mi iscrivo e mi danno una scheda con gli esercizi per spalle, braccia, gambe, addominali. La ragazza mi dice:” Ovviamente all’inizio e alla fine mettiamo una corsetta di venti minuti…”. Non capisco subito, tutto preso dalla lettura di squat, crunch e leg curl e meccanicamente rispondo:” Certo, e che sarà mai”. Poi, mentre mi avvio verso la macchina capisco e torno indietro: “Venti minuti? Di corsa? Ma sei impazzita?”. Ecco, è cominciata così, una sfida con me stesso. Vedevo gente correre su quei tappeti maledetti e pensavo: ”Ce la posso fare, in qualche modo, ce la devo fare”. Un respiro dopo l’altro, con le gambe che urlavano per il dolore, con l’affanno e la vergogna di non riuscire a resistere neanche cinque minuti, con quei due chilometri che mi sembravano interminabili, ho cominciato le prime timide corsette al chiuso. Sono andato avanti così, pensando di aver raggiunto il massimo che si potesse chiedere al mio corpo e alla mia volontà. Poi il lockdown, la chiusura delle palestre e lo smart working, e mi sono posto il problema di fare un po’ di sport da solo. Prima in casa, ripetendo quello che facevo in palestra poi, all’inizio del 2022 sono partito con la corsa. Cinque minuti di corsa e una camminata di due chilometri. Dieci minuti e la camminata. I polpacci riprendono ad urlare e i minuti aumentano. E i chilometri pure. Ho bisogno di qualche obiettivo e pure di qualche suggerimento. Comincio a cercare in libreria, in edicola e su Google. Tante informazioni ma è difficile capire quelle che mi servono. Seguo qualche app di allenamenti e compro un orologio, un Garmin, che sincronizzo con il cellulare e provo a fare i cinquemila metri. Un disastro, proprio non ce la faccio. Ricomincio daccapo. Ricomincio a camminare. E piano piano, un po’ alla volta, mi sento più forte. Il bello di camminare è che hai un sacco di tempo per pensare. E allora comincio a fissare qualche obiettivo. E le prime gare virtuali. La prima è la “Corsa per la memoria”, una corsa di 5 chilometri non competitiva in memoria delle vittime delle stragi mafiose. Mi iscrivo, il contributo viene destinato alla costruzione di un parco giochi a Palermo e la cosa mi fa piacere. Posso scegliere quando e dove correre e così faccio: 46 minuti e 15 secondi, un tempo terribile, ma sono contento perché è la prima volta che riesco a farcela senza fermarmi. Siamo a maggio, il caldo si comincia a sentire ma non voglio fermarmi e comincio ad avvicinarmi ai dieci chilometri. Intanto seguo l’app “Run to Feel Better” e le loro tabelle. Tempi e distanze migliorano e quando faccio una “Virtual Run” a giugno il tempo sui 5 chilometri scende di molto: ora il mio PB è di 35 minuti. A settembre riprendo a macinare chilometri e mi iscrivo alla Spaccanapoli, una gara mitica che attraversa il centro storico e di cui avevo sentito parlare fin da bambino: 10 chilometri con un tempo massimo di due ore. Per concluderla non c’è problema, il punto è provare a correrla al meglio. Il 24 ottobre alle 8,30 in punto sono alla partenza. Non ho mai corso in mezzo a tanta gente e ho qualche timore. All’inizio mi lascio trascinare dalla folla. Saremo più di un migliaio di partecipanti e molti sembrano decisamente agguerriti. I primi chilometri li faccio a un ritmo superiore alle mie possibilità e a metà corsa sono sfinito. Comincio a camminare e mi stacco dal gruppone. La fatica è tanta ma cerco di resistere e mi rimetto a correre. Un po’ di slalom tra i turisti, qualcuno che incita, una vecchia si mette a urlare (“Curre, devi correre!”), qualche macchina che suona il clacson. Insomma, alla fine taglio la linea, mi prendo la medaglia e in un’ora e dodici minuti faccio il mio PB. Non vincerò mai le Olimpiadi ma alla fine si sa, a me non piace correre. 
Con l’anno nuovo comincio ad aumentare le distanze. Innanzitutto, vado in un negozio specializzato e compro un paio di scarpe nuove. Le vecchie, dopo 500 chilometri, sono da buttare. Il commesso è bravo e paziente. Mi prende l’impronta del piede per vedere l’appoggio e mi fa camminare e correre nel negozio. Poi mi porta un paio di scarpe che mi vanno perfettamente, un paio di Brooks Ghost 14. Non ci sono più alibi. Ora mi è chiaro anche l’obiettivo: la maratona di New York. Niente di meno. I chilometri aumentano e trovo finalmente facile correre i cinque chilometri senza sforzo. Mi rendo conto che durante la corsa, all’aumentare della distanza, mi sigillo in un bozzolo e non faccio entrare più nulla. È una strana sensazione. Chilometro dopo chilometro chiudo i bordi del mio spazio e penso solo a correre. Il fiato, il battito, i muscoli delle gambe sono tutto quello che mi interessa. Riesco raramente a pensare a qualcosa di creativo. 
Passo la maggior parte del tempo a fare calcoli. Il tempo, i chilometri percorsi e quelli che mancano, quanti passi al minuto, quanti al secondo, addizioni e moltiplicazioni frenetiche. Il mio bozzolo matematico. 
Arrivo alla partenza della Napoli City Half Marathon di febbraio senza aver mai corso la distanza intera, ma questo era previsto e non mi interessa. So di poter correre e camminare per tre ore, l’ho già fatto in allenamento. Quello che voglio è concludere la gara nel tempo limite e correre il più a lungo possibile. I primi dieci chilometri sono soddisfacenti e faccio il mio miglior tempo; poi alterno corsa e camminata e arrivo al traguardo. È bello correre attraversando tutta Napoli senza auto e mettendosi al centro della strada sentendosi come un re. È questo quello che mi piace delle gare, avere la città a disposizione. Nella mia testa continuo costantemente a calcolare il tempo previsto di arrivo e questo mi tiene proattivo, finché riesco a fare i conti significa che sto bene. Chiudo in 2 ore e 50 minuti. Ora l’obiettivo e scendere sotto le 2 ore e 30’ e soprattutto aumentare la capacità di corsa per l’intera gara. I cinque chilometri senza sforzo e senza fermarsi diventano dieci. Ora devo migliorare i tempi. Fartlek, ripetute, ritmo gara, test soglia anaerobica, lungo lento diventano linguaggio comune, anzi pensiero quotidiano visto che mi alleno da solo e da solo devo risolvere i problemi. Il resto dell’anno è dedicato alla preparazione della maratona. A giugno inizio le tabelle di allenamento - preparate da Michele di Run to Feel Better - per New York. Intanto ho prenotato il pettorale e il viaggio con Vale e Ricky che correranno con me anche il sabato la Dash to the finish line: 5 chilometri con lo stesso arrivo della maratona. Passo l’estate a correre ovunque, strada, pontili, spiaggia, e spesso di notte. Faccio le scale di casa a piedi (7 piani), addominali e plank. Mi alleno almeno cinque giorni a settimana. Devo farcela, voglio farcela, non contemplo in nessun modo il ritiro. Però il mio obiettivo vero è - come sempre - la distanza. Voglio fare il viaggio per intero e con la lucidità necessaria per comprendere tutto quello che accadrà. E dunque ho elaborato la mia teoria della lentezza, che di certo serve ad assolvermi da chiunque abbia voglia di criticare i miei tempi lenti, ma che serve anche ad asserire che il tempo non è solo quantità misurabile ma anche qualità, altrettanto misurabile. 

La teoria della lentezza 

Il primo postulato sostiene che il tempo sia un parametro differente per ognuno di noi e che sia variabile anche in relazione al contesto. Il tempo di un bambino è diverso dal tempo di un anziano. Non maggiore o minore ma diverso. Il tempo trascorso davanti ad una pietanza che non piace è diverso dal tempo trascorso davanti ad un magnifico dolce. Quindi l’unità di misura convenzionale (spazio/tempo) non restituisce informazioni valide universalmente ma solo in relazione ad una certa platea omogenea: mi spiego meglio: un atleta agonista, un runner di categoria élite, ha obiettivi e capacità di un altro livello mentre un modesto appassionato di oltre 50 anni - come me - non ha né modo né voglia di competere. Io partecipo per capire. 
Il secondo postulato è che la velocità porta a trascurare gli obiettivi intermedi e fa perdere di vista la semplicità, accendendo frenesia e caos nella nostra vita. Pensando alla corsa di New York, mi chiedo cosa abbiano visto i runner della prima wave che hanno chiuso sotto le tre ore. Si tratta di una velocità tale che non si riesce nemmeno a dare il 5 ad un bambino o a ringraziare chi ti porge un fazzoletto. È bella la velocità ma quanto è gratificante un’andatura gentile che non stressa il fisico e ti mantiene limpido e profondo lo sguardo. 
Il terzo e ultimo postulato è che il valore della lentezza si misura nella profondità delle emozioni che riporti a casa e non nella superficialità del rapido passaggio. Facciamo parte di uno spettacolo, forse nella vita ma di sicuro in gare come questa, e ognuno ha il suo ruolo. Ho capito che il mio è quello del cronista del viaggio. Vado lento e prendo nota. Guardo e ricordo e, a chi vuole, racconto. Se, alla fine di questo ragionamento, dovessi scegliere un animale che lo rappresentasse sceglierei una lumaca che, procedendo lentamente, lascia il segno dove passa e studia ogni centimetro del suo percorso. 
Si, tutto questo è una scusa per non dire che sono lento. Ma sono io che scrivo e, devo dire, che l'ho scritto piuttosto bene. Ci credo pure...
I pensieri mi portano avanti. 

Central Park 

“Almost there” urlano le persone. Sulla destra ci sono di nuovo gli alberi. Finalmente ci siamo: Central Park. Provo a darmi un tono e qualche obiettivo. Supero qualche runner con cautela. Siamo tutti stanchi ma vedo l’entrata del parco. Il sole è vicino alla cima dei grattacieli di fronte. Mi sembra di correre in un sogno. Forse è l’emozione o forse la mancanza di ossigeno. Riesco ad andare più veloce della mia ombra e la supero in scioltezza. È come in montagna: fa buio prima. Nel parco cerco di rosicchiare qualche secondo. Sono su Cat Hill e mi precipito giù. Vedo gente sui marciapiedi con la medaglia e pure loro incitano chi sta ancora sul percorso. Io vado a prendere la mia. Passo davanti al Plaza e poi Columbus Circle. 
“Mentre su New York calavano le prime ombre della sera” (maledetto Nick Carter) rientro in Central Park. Non ci capisco più niente. Mi fermo per fare un video ma mi tremano le mani e non riesco ad avviare la registrazione. Poi penso che sono circondato da decine di telecamere e in qualche modo mi procurerò il video. Vedo il cartello “400 meters to go”, ora sì che è fatta. 
È un giro di pista, quasi niente. Ma questo niente è in salita. 
Vedo l’arrivo. Sorrido e lo raggiungo accelerando con tutto quello che mi resta. 
Due anni fa non ci avrei scommesso. 
Oggi ho corso la maratona di New York.

sabato 4 marzo 2023

Napoli City Half Marathon, cronache dall’ultima fila

 


Cinquemila persone. Mi dicono che siamo cinquemila. Quello che so per certo è che a malapena si intravede la partenza. Aspettiamo su Viale Kennedy, un lungo rettilineo contornato dai platani, e cerchiamo di non far raffreddare le gambe nell’ attesa.

Allo sparo non succede niente. Immagino che gli atleti élite, quelli in prima fila, siano partiti come missili, ma loro corrono a tre minuti al chilometro e fanno letteralmente un’altra gara. Saprò di loro all’arrivo o direttamente dal Tg stasera. Corrono per arrivare primi, noi corriamo per sentirci vivi.

Noi, i runner dell’ultima fila, un po’ come i loggionisti nella lirica, cominciamo a camminare dopo quasi cinque minuti. La linea di partenza resta ancora distante e siamo ancora troppo compatti per correre. Avvio il GPS e metto il cellulare nel marsupio. Finalmente la linea. Mi guardo intorno e vedo che facciamo tutti lo stesso gesto: avviamo il cronometro, uno sguardo intorno e si comincia.

Di fronte il Politecnico, ancora bello e originale a dispetto dell’età. Pochi respiri e lasciamo lo stadio sulla sinistra. In pratica è come se l’intera curva A stesse partecipando a questa gara. C’è un fiume di persone che corre, nel silenzio si sente il rumore delle scarpette che battono sull’asfalto. Qualcuno urla per scaricare l’emozione e farsi coraggio. Si canta e si corre.

Su Via Giulio Cesare finisce il primo chilometro e, poco dopo lo Sferisterio il secondo. Già, lo Sferisterio, uno dei misteri irrisolti di questa città: ospitava la pelota basca, poi è stato una sala per concerti e poi è stato bruciato. Saranno passati all’incirca quarant’anni e resta ancora lì, in tutta la sua compiuta indeterminazione.

Prima galleria e lascio andare le gambe: ora è in discesa e ne approfitto per guadagnare qualche secondo. Al ritorno ci sarà da penare. Cerco di rilassare le spalle e respiro “con la pancia”. Mi porta la strada e devo solo assecondare. A Piazza Sannazzaro si ricomincia in piano.

Ci sono alcuni concorrenti che spingono carrozzelle e vedo anche alcuni runner con protesi o evidenti problemi motori. Ci vuole un grande amore e una enorme forza per correre così e il mio rispetto per loro è infinito. Mi scosto e li lascio andare.

Via Caracciolo è grigia stamattina, il ritmo è quello previsto in allenamento. Non c’è niente da improvvisare in una corsa lunga. Quello che hai fatto nell’ultimo mese è esattamente quello che potrai fare. La strada restituisce solo quello che hai dato. I chilometri diventano quattro e si arriva a Via Partenope, dopo aver corso tra la Villa Comunale e il mare. Adesso di fronte si vedono il Vesuvio e il Castel dell’Ovo.

C’è il primo ristoro. Prendo l’acqua e il gel che ho portato da casa. Un paio di sorsi e riprendo pian piano il ritmo. Prima mezz’ora andata.


Discesa veloce su Via Acton e poi, dopo la darsena, si prosegue su Via Marina costeggiando il porto. La strada è larga e si corre bene. Si cominciano a vedere i primi che incrociano in senso inverso. Nel tempo che noi abbiamo impiegato per fare sei chilometri loro ne hanno percorsi quindici e questo fa tutta la differenza del mondo. Un po’ di invidia ma nemmeno troppa. In me prevale lo stupore.

Intanto noto che Napoli senza le auto, soprattutto qui al centro, è davvero insolita. Sarò passato di qui migliaia di volte ma così, di corsa e senza macchine, diventa un’esperienza quasi spirituale. O forse è la mia testa che vuole più ossigeno. Ricomincio la respirazione diaframmatica e controllo la mia corsa. Spingo con le braccia e di tanto in tanto anche con i polpacci. Sto recuperando qualche secondo sulla velocità.

Arrivo e supero l’incrocio con Via Duomo. I chilometri aumentano e anche la stanchezza.

Al Ponte della Maddalena il secondo ristoro: prendo l’acqua e cammino qualche decina di metri per bere senza versarmi tutto addosso.

Questa strada è decisamente brutta, eppure proprio da queste parti si sono verificati eventi davvero notevoli nei secoli scorsi. Nel 1631, durante una delle più violente eruzioni del Vesuvio, fu portata in processione fin qui la statua di San Gennaro per scongiurare che la lava entrasse in città. Il Santo fece il miracolo e la lava si fermò proprio sul confine con la vicina San Giorgio a Cremano. Nel 1799. Anno della Rivoluzione napoletana, proprio qui le truppe monarchiche del Cardinale Ruffo vinsero la resistenza delle armate repubblicane ed entrarono in città ponendo fine all’esperienza della Repubblica partenopea. Dell’antico ponte a cinque archi che segnava l’ingresso orientale in città ora non resta più nulla.

Torno su Via Marina dove c’è il traguardo dei dieci chilometri e il primo controllo cronometrico.

All’incrocio con Corso Arnaldo Lucci c’è l’installazione di Bianco e Valente “nessuno escluso”, una scritta rossa montata su un’intelaiatura circolare. Da tre anni è lì, come simbolo di accoglienza e di tolleranza, e chissà quante discussioni genera nelle auto che ogni giorno percorrono la strada. Del resto, non è proprio questa la funzione dell’arte?

È passata oltre un’ora di gara. Forse un’ora e dieci. Siamo a metà mentre a Fuorigrotta staranno già applaudendo i primi, sia tra gli uomini che tra le donne. Ma la nostra corsa è un’altra. Per me la sfida è con me stesso. Voglio farcela, migliorare il risultato dell’anno scorso, imparare a gestire i muscoli che mi fanno male, i crampi, il tempo che passa, il respiro che comincia ad accorciarsi.

Via Marina al ritorno sembra più lunga. In lontananza vedo che dobbiamo girare a destra e passiamo per Piazza Borsa e poi il Rettifilo. Anche qui correre dove passano milioni di macchine ogni giorno è surreale. Si vede qualche automobilista nervoso che vorrebbe passare lo stesso e qualche vigile, altrettanto nervoso che glielo impedisce. Proprio non capisco perché per un giorno all’anno, e di domenica mattina, non si riesca a fare a meno dell’automobile. Saluto con la mano e vado avanti. Giriamo per tornare indietro, passiamo l’ultimo traguardo intermedio, ci muoviamo verso l’Università.

Intorno a me vedo che anche gli altri stanno cominciando a sentire la fatica. Qualcuno si ingobbisce per lo sforzo, qualcuno cammina.

Siamo all’incrocio con Via Mezzocannone. Il nome di questa strada mi è sempre piaciuto. Pare che derivi da una fontana che serviva all’abbeveramento dei cavalli con un tubo di portata molto corto (appunto mezzo cannone). Ecco, a questo punto anche io mi sento a mezzo servizio. Siamo a quattordici chilometri e torniamo su Piazza Municipio.

La piazza è bella, lineare, minimalista. Forse sono uno dei pochi napoletani a pensarlo ma a me piace molto. Una piazza di pietra, come piazza Duomo a Milano, enorme e squadrata.  Il progetto è di Alvaro Siza che si è dovuto adattare, nei tempi e negli spazi, ai numerosi ritrovamenti. Sotto c’è la metro (che non porta a Fuorigrotta altrimenti un pensierino ce lo farei) ma, soprattutto, c’è una leggerissima discesa che mi permette di accelerare.

Si svolta a destra, ancora Via Marina, passando sotto il Maschio Angioino, ultimo ristoro al quindicesimo chilometro, e poi nella galleria della Vittoria. Ci sono voluti otto anni ma alla fine questa l’hanno completata e riaperta. L’odore è terribile ma c’è di buono che dopo pochi minuti siamo a Piazza Vittoria e di nuovo a Via Caracciolo.


Sta cadendo qualche goccia di pioggia. Mi piace correre sotto l’acqua ma ora non è il caso di esagerare. Siamo anche controvento e la temperatura scende. Qualcuno si veste e compaiono impermeabili e magliette. Finora ho avuto caldo, ora invece sto bene e, sia pure con qualche pausa di troppo, riesco ancora ad andare. Due ore di corsa. Sul traguardo di Viale Kennedy ora starà passando il gruppone. Per noi invece non è un momento facile.

Sedici chilometri. Siamo arrivati ma non siamo arrivati.

Devo riprendere a spingere. Inclino leggermente il busto e guardo avanti. I piedi spingono insieme alle braccia. Provo a rilassare le spalle e le mani e a sorridere. Non perché sia particolarmente felice, ma qualcuno dice che così si contraggono meno muscoli e quindi serve meno energia.

Non conosco nessuno che sia contento di far fatica, quello che ti muove è la voglia di arrivare, di raggiungere il traguardo. I primi ormai saranno già in albergo, magari sotto la doccia con la medaglia al collo, come fa qualcuno; per me c’è ancora da correre.

Dopo un paio di chilometri sono di nuovo a Piazza Sannazzaro. Adesso la salita. La galleria Laziale, facile e veloce all’andata, ora, dal lato sbagliato, mostra tutta la sua pendenza. Rallento, mi inclino in avanti e inizio la risalita. Dopo 1450 passi sono fuori. Mancano solo due chilometri e 97 metri.

Via Giulio Cesare è un interminabile nastro che mi riporta a Piazzale Tecchio e poi, finalmente, gli ultimi 97 metri. Vorrei camminare, i muscoli urlano, mi fa male la schiena, ora mi vengono i crampi, ho sete, ma dove cazzo sta il traguardo, guarda c’è il fotografo, ridi che ti stanchi di meno, ancora un po’, qualcuno mi incita, qualcuno applaude per solidarietà, qualcuno per sbaglio.

Eccola là. La linea di arrivo. È l’unica cosa che voglio. Ora sono contento e sorrido davvero.

Lo speaker dice il mio nome.

Sorrido. 

Il traguardo.

Una semi-isola, il filo dell’acqua e l’isola dei genovesi

C’è un angolo di Sardegna che conserva un carattere e una personalità fuori dall’ordinario. Lontano dagli usuali giri turistici, lontano...